domenica 6 maggio 2018

La nuova questione meridionale

Non è stato sufficiente l’esempio tenace di Gaetano Salvemini (1873-1957) nel prescrivere, per le “tre malattie” dell’Italia meridionale, i rimedi che riteneva più appropriati per l’epoca storica in cui egli visse. Avendone menzionato il numero, elenchiamo anche le caratteristiche di queste malattie secondo l’illustre meridionalista.

La prima, che Salvemini non reputava un privilegio del solo Meridione, ma che era comune anche al resto dell’Italia, potrebbe essere riassunta come una tendenza all’oppressione economica delle classi sociali più indifese da parte di uno Stato “accentratore, distruttore, divoratore”. Per dirla con le stesse parole di Salvemini: “… è la malattia dello Stato, il quale, divenuto mancipio di un pugno di affaristi e di parassiti, deve opprimere con un sistema tributario selvaggio tutte quelle classi, che non prendono parte al mercimonio tra potere esecutivo e maggioranze parlamentari…[1]    

La seconda, in natura simile alla prima, è dovuta alla subalternità economica dell’Italia meridionale rispetto all’Italia settentrionale. Leggere le chiare parole del Salvemini farebbe bene a molti: “La spedizione garibaldina fu per la maggior parte dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria. Il Napoletano e la Sicilia non  avevano debiti, quando entrarono a far parte dell’Italia una; e la unità del bilancio nazionale ebbe gl’effetti di obbligare i meridionali a pagare gl’interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell’unità e fatti quasi tutti per scopi che per l’unità nulla avevano a che fare.[2] Illuminante il passaggio seguente: “Questa seconda malattia potrebb’essere da un osservatore superficiale confusa facilmente con la prima; ed ha in realtà con quella molti punti di contatto. Infatti, è la macchina dello Stato quella che serve a riversare la ricchezza meridionale sul Settentrione…”[3]

La terza, per la quale il Salvemini afferma che “non c’entrano né il clima né la razza; le cause sono esclusivamente sociali...”, è individuata nella “ struttura sociale semifeudale, che è di fronte a quella borghese dell’Italia settentrionale un anacronismo…”[4]
Per la cura di queste malattie Salvemini condivide, con gli intellettuali dell’epoca, rimedi semplici nell’enunciato: “L’Italia meridionale ha bisogno di un Governo che non la opprima sotto il peso delle imposte, e quindi è necessario che tutta la politica italiana si riformi; ha bisogno di un Governo, che segua una politica di giustizia distributiva e non aggravi la mano sul Mezzogiorno a favore dell Settentrione; è necessario che venga rispettata la giustizia nelle relazioni tra proprietari e lavoratori…”[5]     

Salvemini, tuttavia, nel suo scritto del 1900, si mostrava scettico nella capacità dello Stato dell’epoca di dare un Governo siffatto all’Italia post-unitaria. Egli allora, pur condividendo quanto c’era da fare per la risoluzione della questione meridionale, si chiedeva quanto segue: “C’è nell’Italia meridionale un punto d’appoggio, su cui si possa far leva per sollevare il mondo sociale? O, in altre parole, c’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? e quali sono le persone che lo comporranno?[6]   

Prima di avventurarci nell’ardita tesi che dal 4 marzo scorso la questione meridionale è rinata in parte sotto le vesti descritte da Salvemini, in parte con caratteristiche del tutto inedite, vorremmo premettere che non abbiamo la pretesa di indicare percorsi economico-sociali che portino alla soluzione della questione stessa. Questo compete a quel partito riformista indicato da Gaetano Salvemini. Infatti, esso, nel caso divenisse l’ossatura di un futuro Governo, dovrà realizzare ciò che una parte della classe intellettuale sapeva da anni, per dare risposte concrete ai cittadini del Mezzogiorno d’Italia.


Dal quadro che esce fuori dalle urne, dopo le ultime consultazioni, l'industrializzato Nord ha rinsaldato il proprio legame politico con le forze di una destra che è nettamente diversa da quella a maggioranza berlusconiana. D’altro canto, il voto compatto dell’intero Meridione per una forza di opposizione alle politiche economiche e sociali del precedente (e ancora attuale) Governo, non lascia alcun dubbio sul fatto che i cittadini del Sud abbiano ormai preso coscienza delle “tre malattie”, i cui sintomi sono la sofferenza provocata dalla stretta sui conti pubblici (trasporti, sanità e servizi sociali) e della crisi del lavoro. Questa tenaglia socio-economica, sommata all’esposizione continua delle popolazioni del Meridione alla barbarie della criminalità organizzata, ha ingenerato una risposta molto diffusa, nelle classi sociali più diverse, nei confronti dei partiti che, pur potendo agire – per tradizione politica – nella direzione indicata da Salvemini, hanno preferito gestire il potere in modo clientelare e, a volte, addirittura familistico. Il voto corale non lascia alcun dubbio sul fatto che il Sud abbia voluto individuare una possibile risposta al quesito posto da Salvemini. Il Movimento destinatario del consenso e le altre forze politiche che, nella loro tradizione riformista, avrebbero potuto concorrere a mettere in atto dei rimedi efficaci per il “malato” Meridione sono ancora in tempo a decodificare la vera natura di questi segnali. Pertanto, quello che oggi viene definito uno “stallo” politico, in realtà potrebbe essere solo la conseguenza di una mancata corretta analisi della portata sociale della distribuzione geografica del voto. La stessa distribuzione che, secondo il parere di chi scrive, ripropone ancora una volta, con forza, l’importante domanda di Gaetano Salvemini:  
 
C’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? e quali sono le persone che lo comporranno?


[1] G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale (Einaudi, Torino, 1955)
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Ibidem

sabato 7 aprile 2018

Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16): una breve cronaca giudiziaria



Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 31 gennaio 2018

Ore 9.20  In attesa dell’inizio della seconda udienza dibattimentale del cosiddetto processo Chernobyl. La prima “vera” udienza è stata celebrata il 20 ottobre 2017, dopo circa tre anni di rinvii e dopo un cambio della presidenza. Ricordiamo infatti le date: il 17 dicembre 2014 la prima udienza non fu celebrata per un difetto di notifica. A questa “prima udienza” si sono succeduti altri nove tentativi di inizio de lprocesso andati a vuoto a causa di vari motivi: altri difetti di notifica, astensioni degli avvocati penalisti e un allarme bomba (che sembrava quasi ad orologeria).

Il nono tentativo non è andato a vuoto e il 20 ottobre 2017 il collegio giudicante decideva di ascoltare, nell’udienza successiva, i testimoni indicati dal pubblico ministero sulla questione legata agli sversamenti illeciti di 980mila tonnellate di rifiuti speciali in varie località delle Campania.

Ore 10.00 La prima udienza in calendario riguarda una questione legata allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Ore 10.45 Terminata la parte dedicata allo spaccio di droghe, la seconda udienza dibattimentale del processo Chernobyl può iniziare.

Ore 11.45 Si inizia con il lungo appello: l’elenco degli imputati è lungo, come sappiamo; le parti civili sono rappresentate dai legali di alcuni comuni del Vallo di Diano e del beneventano, di alcune associazioni, tra le quali Legambiente e il Codacons, e dai legali incaricati dalla Provincia di Salerno e dal Ministero dell’Ambiente.

A mezzogiorno circa si procede all’interrogatorio, da parte del pubblico ministero, dell’unico teste chiamato a deporre: un maresciallo maggiore del NOE (Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri) che aveva artecipato alle indagini. Già prima della deposizione avevamo assistito a uno scambio di battute tra un avvocato difensore e il presidente del collegio giudicante. Il senso dell’interlocuzione era il seguente. L’avvocato si rivolge al presidente facendo comprendere abbastanza chiaramente che la giustizia italiana potrebbe anche fare a meno di celebrare questi processi per occuparsi di cose ben più gravi e che un’eventuale rapida conclusione dello stesso potrebbe concedere più tempo alla giustizia di perseguire reati gravi. Ma nulla faceva presagire quanto era da venire.

Nell’interrogazione abbiamo sentito distintamente che si faceva riferimento soltanto a rifiuti speciali non pericolosi ed esclusivamente alla matrice liquida. Intanto, nella richiesta di rinvio a giudizio dei 38 indagati nell’ambito dell’inchiesta denominata Chernobyl condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere tra gennaio 2006 e giugno 2007, si legge:

smaltimento illecito di imponenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, allo stato solido, liquido e semiliquido, rifiuti costituiti in particolare da fanghi da depurazione delle acque reflue urbane e sabbie provenienti dal trattamento delle acque reflue, nonché rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli, da ospedali e lidi balneari del litorale domizio, e da una pluralità di fosse settiche di impianti ospedalieri e strutture private, per una quantità di rifiuti illecitamente smaltiti stimabile in circa 980.000 [tonnellate, n. d. r.]  in circa 18 mesi

e ancora

venivano smaltiti illegalmente fanghi tossici…fanghi assolutamente pericolosi in quanto rifiuti speciali da smaltire in discarica   

È poi vero che la stessa Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, il 16 agosto del 2007, spediva ai sindaci dei Comuni, nei quali ricadevano i terreni interessati dagli sversamenti, una comunicazione in cui si chiedeva alle Amministrazioni competenti di intervenire. Il testo della missiva viene di seguito testualmente riprodotto.

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Procura della Repubblica
Santa Maria Capua Vetere

Quest’Ufficio accertava smaltimenti illeciti di imponenti quantitativi di rifiuti su aree, terreni e fondi agricoli in numerosi comuni della Regione Campania e Puglia, attività criminali messe in atto da un’articolata e pericolosa organizzazione criminale stabilmente dedita alla perpetrazione di numerosissimi reati ai danni dell’ambiente, nonché di truffa a pubbliche amministrazioni.
Ai sensi degli artt. 197, 239, 245 e 305 e segg. del D. Lgs. 152/06, la presnete vale come richiesta di interventi da parte delle Amministrazioni competenti, attesa l’estrema pericolosità derivante dalle attività criminali accertate in tema, in particolare, di smaltimenti illeciti di rifiuti.
Tanto si comunica per quanto di competenza; in attesa di riscontro alla presente si porgono distinti saluti.

S. Maria C. V. 16/08/2007

Il Sostituto Procuratore                                                                      Il Procuratore della Repubblica    

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Con questa testimonianza e con la rinuncia da parte del pubblico ministero ad ascoltare altri testi, si poteva già ipotizzare l’esito del processo, ossia che si stava andando verso la prescrizione (tutti i reati contestati, tranne quello di disastro ambientale sono prescritti: tra i capi di imputazione ricordiamo quello di distruzione e deturpamento delle bellezze naturali). Così come un avvocato difensore aveva poi fatto notare in aula, si poteva già ipotizzare che il capo di imputazione di disastro ambientale non sussistesse. In questo modo, con la conclusione rapida del processo nell’interesse dell’amministrazione della giustizia, si avrebbe avuto più tempo per affrontare questioni di ben più grave portata. Pertanto, il 14 febbraio 2018 (giorno deggli innamorati) si sarebbe potuto prendere atto che 980mila tonnellate di rifiuti illecitamente smaltiti non costituiscono un danno così ingente per l’ambiente da dar luogo a un cosiddetto “disastro ambientale”. Tanto più che il solo teste interrogato, alla domanda da parte del pubblico ministero se risultasse che questi sversamenti avessero prodotto dei danni alla salute dei cittadini, aveva prontamente risposto che ciò non risultava. Saranno quindi stati fatti studi epidemiologici i cui risultati sono davvero confortanti e di cui non siamo mai venuti a conoscenza. Intanto un avvocato chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.
        
Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 14 febbraio 2018

Si può ascoltare la requisitoria del pubblico ministero che ricalca i timori da noi espressi in un comunicato del giorno 1 febbraio 2018: si chiede l’assoluzione per il solo capo d’imputazione sopravvissuto agli 11 lunghi anni dalla chiusura delle indagini, ossia, il disastro ambientale (tutti gli altri reati contestati sono già prescritti). Si prende effettivamente in considerazione il fatto che, non esistendo un impianto accusatorio solido, le 980mila tonnellate di rifiuti illecitamente smaltiti non dovrebbero costituire un danno così ingente per l’ambiente da dar luogo a un cosiddetto “disastro ambientale”. In ogni caso il pubblico ministero chiede al presidente di inoltrare ai comuni interessati dagli sversamenti una richiesta di intervento, per la salvaguardia della salute dei cittadini.

Dopo il clamore sullo smaltimento dei rifiuti in Campania, dovuta all’inchiesta di Fanpage, forse l’opinione pubblica potrà finalmente trovare un momento di conforto rispetto ai fatti legati ai processi quali, ad esempio, il processo Cassiopea. Potranno così essere smentiti, almeno in questo caso, i toni allarmistici della brava giornalista Rosaria Capacchione che in un suo articolo su Il Mattino del 5 luglio 2007 così esordiva: «Rifiuti tossici, Campania come Chernobyl». Sottotitolo: Smaltimento fuorilegge dei fanghi, scorie utilizzate come concime: 38 arresti, sequestrati 4 depuratori. Infatti, le inchieste e i successivi processi denominati Cassiopea e Chernobyl non possono essere considerati alla stessa stregua. Nonostante il fatto che entrambi i processi siano stati incardinati– inizialmente – a Santa Maria Capua Vetere, a seguito del rinvio a giudizio di due diversi gruppi di persone che si occupavano di smaltimento di rifiuti. Tanti rifiuti, a leggere le carte della Procura. E nononstante il fatto che il capo di imputazione più grave in entrambi i processi sia proprio il disastro ambientale (prescrizione: 12 anni). Per Cassiopea, infatti, le indagini si chiudono nel 2001 e il processo da Santa Maria Capua Vetere viene spostato a Napoli per un’eccezione della difesa. Dal Tribunale di Napoli il processo viene poi di nuovo trasferito a Santa Maria Capua Vetere, dove si estingue nel 2013. Per Chernobyl non è così. Dopo 11 anni, infatti, c’è una richiesta di assoluzione a Salerno, dove il processo è stato trasferito da Santa Maria Capua Vetere. Dal 7 marzo 2018, giorno in cui verrà letta in aula la sentenza, sarà quindi possibile far nascere un nuovo futuro fatto di consapevolezza, di sostenibilità dei processi produttivi, di rispetto per l’uomo e per l’ambiente, e di partecipazione vera ai processi democratici del Paese. Pur tuttavia, un avvocato delle parti civili richiede che si effettui un’indagine sui terreni ancora sottoposto a sequestro. Un altro avvocato di parte civile fa presente l’incongruenza tra quanto affermato dall’unico teste e quanto riportato nella richiesta di rinvio a giudizio dei 38 indagati. Si dà infine la parola a uno degli imputati il quale, dopo essersi professato innocente, dichiara in aula di aver fatto eseguire analisi del sangue ai suoi vicini di casa e parenti: stanno tutti bene. Il solito avvocato difensore chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.

Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 7 marzo 2018

Si è votato da pochi giorni. Gli Italiani hanno chiesto un cambiamento di rotta alla politica italiana. Arriviamo in aula con tanti scatoloni disseminati qua e là: le nostre schede elettorali. La volontà del popolo italiano è ben custodita in quelle scatole, mi dico. In scatole simili, per anni, sono state custodite le ossa dei Trecento a Padula. La lettura della sentenza è rinviata, per l’acquisizione di un certificato di morte di uno degli imputati, al 28 marzo 2018.  

Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 28 marzo 2018
 
Ore 14:00 circa  Dopo una camera di consiglio che dura poco più di mezz’ora si può ascoltare la sentenza, letta dal presidente del collegio giudicante. In sintesi: capo d’imputazione f) disastro ambientale: assoluzione perché il fatto non sussiste; capi d’imputazione a), b), c) d), e): non si deve procedere per avvenuta prescrizione. Tutto come previsto. Il solito avvocato chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.

sabato 13 gennaio 2018

I rischi di un unanimismo territoriale

Come non condividere le parole del giornalista Sorrentino nell'editoriale del 12-01-2018 sulle “fritture e fratture” nel Vallo di Diano. Il titolo stesso è un elogio al vuoto spinto che permea l’azione politica locale (che parola grossa!) mirata, quasi esclusivamente, all'occupazione di poltrone, piccole o grandi che siano. Come non condividere il senso di smarrimento di un cittadino, che fa proprio lo scoramento dei propri conterranei di fronte a una realtà che emana un rancido olezzo di cucinato da qui alle Alpi.
 
Esistono, però, fatti che molti operatori dell’informazione non possono dire, vuoi per pudore, vuoi per una mera questione di legittimo impedimento.

La prima cosa da raccontare è che una parte delle testate giornalistiche locali viene direttamente o indirettamente finanziata dalle banche del comprensorio. In pratica, nel tempo, ciascuna delle maggiori realtà economiche locali ha trovato un suo proprio canale informativo. È giusto questo, oppure no? Potrei solo esprimere un’opinione in merito. Grazie a questo intervento “bancario” il cittadino comune ha avuto la possibilità, a fronte di ostracismi più o meno velati messi in atto da una parte dell’informazione, di trovare accoglienza presso testate non ostili a una visione critica degli eventi che, nel bene o nel male, accadono nel Vallo di Diano.

Esiste poi un altro fenomeno. Almeno due parti politiche, e mi riferisco ai poli maggiori del passato, trovano e hanno trovato una stampella (chiaramente un eufemismo) nelle testate locali. Anche qui nulla di male, sempre che il cittadino medio sia poi in grado di leggere in chiaro dietro le sigle. Eppure, pensare che l’informazione locale sia così banalmente polarizzata su due fronti è un errore. Esistono realtà dinamiche dove, nonostante le influenze editoriali, le notizie scomode riescono ancora a venire a galla. E, per fortuna, esistono professionisti dell’informazione che riescono a mantenersi al di fuori di meschini giochi di potere e lontani dalle eminenze grigie che hanno semplicemente retto il moccolo mentre un’intera classe dirigente portava avanti la sistematica devastazione socio-economica della vallata.

Questa lunga premessa era necessaria per introdurre il discorso sulla rappresentanza e sul tema dell’esclusione del Vallo di Diano dai giochi che contano. Qualcuno, nel discutere di ciò, si riferisce meramente ai fiumi di miele dorato che scorrono dal centro alla periferia e che sfuggono all'ingordigia di alcuni amministratori locali; altri, come nel caso di Sorrentino, pensano – giustamente - a tutte le occasioni mancate per rilanciare il territorio a livello provinciale, regionale e nazionale. E così, vorrei proporre una visione alquanto diversa, concentrandomi, se possibile, sulla qualità politica della rappresentanza.

Infatti, in passato si è discusso molto di questo fenomeno: l’eccessiva frammentazione rischia di lasciare il territorio senza una rappresentanza politica a livelli più alti. Sull'opportunità di questa discussione non c’è nulla da dire. Tuttavia, quando Sorrentino si riferisce alle “lezioni del passato”, dimentica di citare protagonisti e situazioni. E partiamo dall'esperienza più recente: le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale del 2015. Su questa esperienza credo di avere titolo alla parola, in quanto candidato per “Sinistra al Lavoro”, una formazione embrionale che – almeno a livello regionale – vedeva la partecipazione di movimenti, associazioni e forze politiche di sinistra a un progetto unitario di difesa dei diritti, a cominciare dal diritto al lavoro. Esperienza non riuscita, anche per una percepita disaffezione generalizzata nei confronti della politica e per la presenza monopolizzante di due caravanserragli che contavano decine di liste al proprio interno, con un’allegra pletora di candidati, locali e non locali. Nessun rappresentante del M5S, che pure si stava proponendo, a livello nazionale, come forza di opposizione. Le ragioni di questa diserzione sarebbero tutte da indagare, ma non è questo il luogo.

Proprio di recente, un noto esponente dell’informazione locale, pur riconoscendo la validità delle battaglie portate avanti in nome della dignità di cittadinanza degli abitanti del Vallo di Diano, ha addebitato anche a me la colpa della corsa alla candidatura, come se anch'io avessi contribuito alla più che voluta confusione dei due caravanserragli.

Nulla di più falso. Se l’unitarietà bisognava cercare, essa andava cercata all'interno dei due ammassi globulari del potere politico imperante, lasciando fuori chi legittimamente proponeva, coerentemente, una visione diversa della realtà e un approccio diverso alla risoluzione dei tanti problemi che ancora oggi affliggono il territorio. La candidatura avveniva in assenza di proposte locali da parte del M5S, dato non trascurabile per molti aspetti, così come accennato sopra.

Nulla di più falso, poiché molte candidature non erano frutto d’impegno, sulla base del quale si andava a chiedere un consenso, ma mere speranze di messe di voti. E qui andrebbe fatta, per non offendere l’intelligenza dei cittadini, una distinzione chiara tra voto e consenso, ma non è questo il luogo.

Nulla di più falso, perché chi era stato più volte sollecitato alla candidatura aveva più volte declinato l’invito, indicando altre persone, ugualmente degne, a sostenere il condivisibile progetto politico. Solo davanti al rifiuto di molti, nell'imminenza della competizione elettorale, la stessa persona ha accettato un sacrificio personale per dare la possibilità ai cittadini del Vallo di Diano di avere un quadro di insieme della realtà e una visione futura diversi da quanto prospettato (un verbo impropriamente usato) dai candidati locali dei due caravanserragli. Ho parlato di sacrificio personale. Infatti, secondo l’ordinamento tuttora vigente, avrei potuto chiedere e ottenere un congedo retribuito di un mese per effettuare la campagna elettorale. Tuttavia, le lezioni del secondo semestre erano giunte a un punto tale che affidare decine e decine di studenti a un secondo valido docente mi sembrava un pegno troppo alto da far pagare a dei giovani che con impegno si dedicano allo studio delle materie scientifiche. Cosicché, ho svolto regolarmente le mie mansioni lavorative e la sera ho dedicato il mio tempo residuo alle piazze (per lo più vuote), così come documentato da Lorenzo Peluso in un suo articolo-testimonianza della campagna elettorale del 2015. Ma perché le piazze? Perché l’agorà è il luogo d’incontro democratico. Non la camarilla del potere o il filo del telefono o la piazza virtuale. L’incontro vero (o anche lo scontro democratico, se necessario) dovrebbe avvenire nelle piazze, quelle opportunamente evitate da una parte politica (non troverebbero una piena spiegazione le campagne elettorali invernali, altrimenti). Anche il cittadino disaffezionato ha abbandonato la piazza, perché spinto a pensare che non esista più una valenza politica del luogo e che l’informazione (cartacea, catodica, o telematica) sia sufficiente a dissipare qualsiasi dubbio sulle ragioni dei candidati. Nulla di più falso.

E qui s’innesta anche il discorso di una sorta di black-out editoriale portato avanti da tutte le testate giornalistiche locali durante la campagna elettorale. L’unico confronto tra la pletora di candidati degli schieramenti dominanti e il sottoscritto è avvenuto, molto in sordina, a Padula, per merito di alcuni giovani che – nonostante l’encomiabile (neutra) iniziativa – hanno puntualmente disertato le piazze. Era il 24 maggio 2015, una data tristemente evocativa.


Consapevole che questi lunghi e noiosi scritti non possono trovare posto, anche per la riconosciuta scomoda natura, nelle prime file delle notizie, ricoperte opportunamente dalle cronache delle faide politiche locali, vorrei ugualmente dare un contributo di verità, qualora questa possa ancora essere riconosciuta come tale. E vorrei, infine, pensare che queste siano le vere lezioni del passato da imparare. Ossia, che si riesca a distinguere nel futuro – nonostante gli imposti black-out editoriali – chi fa dell’impegno sociale una bandiera e chi è alla ricerca di un’ennesima comoda poltrona. Si possa comprendere che la politica non è solo interesse locale, ma anche visione (anche se di parte) del passato, del presente e del futuro. Anzi, proprio nel non dare diritto di parola alle minoranze – in nome di una proclamata unità di intenti (quale?) – si rischia di far regredire il territorio su posizioni ancora più arretrate (se possibile). Che l’unità vada ricercata negli agglomerati politici omogenei, poi, deve essere un fatto da ricordare, così come giustamente fa Sorrentino. Altrimenti si rischia di propugnare un unanimismo che non esiste nemmeno tra i notabili politici (mi si perdoni l’evidente incapacità di trovare forme linguistiche più idonee) del posto, così come lo stesso Sorrentino ha dimostrato. Oppure, ancor più pericolosamente, si rischia di affidare la rappresentanza politica di un intero comprensorio a uno o più personaggi che, singolarmente presi, potrebbero a malapena rappresentare se stessi in un’assemblea condominiale, seppure poco affollata.

domenica 4 giugno 2017

La sanità nel Vallo di Diano (parte seconda)

Quando facemmo presente che, nell’ambito della rete ospedaliera dell’ASL Salerno, il Presidio OSpedaliero di Polla veniva definito Pronto Soccorso (PS), si scatenarono le ire dei potentati locali. Ed ecco cosa scriveva Antonio Sica , attento cronista locale, sulla questione.
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Una figuraccia inaudita, l’ennesima dormita di chi dovrebbe tutelare il popolo del Vallo di Diano. Il sindaco di Polla, con il suo abituale candore, rivela ai nostri microfoni che quella della “retrocessione” dell’Emergenza del Luigi Curto di Polla da Dipartimento di Emergenza e Accettazione (DEA) di 1° livello a Pronto Soccorso, era stata in un primo tempo considerata una bufala, o meglio “l’ennesima bravata del Codacons”. Ed invece la notizia era vera e reale, e la fonte era lo stesso Ministero della Salute, che ha pubblicato nei giorni scorsi l’elenco dei presidi ospedalieri nei quali sono presenti servizi relativi all’Emergenza attivi al 30 settembre 2015 e la loro catalogazione. D’altra parte il buon sindaco di Polla stesso ne ha avuto conferma in queste ore, per iscritto, dal Sottosegretario alla Salute Vito De Filippo: la “retrocessione” dell’Emergenza del Luigi Curto da DEA a PS è contenuta in una relazione prodotta già a Febbraio 2015 e ribadita a Settembre 2015 da Mario Morlacco, all’epoca sub commissario alla sanità della Regione Campania, ed inviata al Ministero della Salute. Dunque mentre trascorreva un anno di chiacchiere inutili sulla sanità del Vallo di Diano, alle spalle dell’ignaro popolo valdianese si tramava l’ennesima pugnalata in tema servizi, di cui nessuno era a conoscenza.

Ossia, una struttura che - sulla carta - conta un numero di posti letto (PL) pari a 212, numero più che doppio rispetto alla capacità ricettiva (92 PL) del plesso ospedaliero (P.O.) “San Francesco d’Assisi”  di Oliveto Citra (solo per fare un esempio), è catalogata come PS, mentre la denominazione DEA1 (Dipartimento di Emergenza e Accettazione di primo livello) è riservata – sempre a mo’ di esempio – al nosocomio “San Francesco d’Assisi” di Oliveto Citra.

Ma quale è stata questa tempesta in un bicchier d'acqua e perché il Plesso Ospedaliero di Polla ne esce malconcio dall'ultima vicenda legata all'Atto Azendiale approvato quest'anno?
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Incominciamo allora a notare che i parametri per l’individuazione delle strutture complesse e delle strutture semplici nella organizzazione del SSN sono stati così definiti in Regione Campania, per i Presidi ospedalieri di ASL:

1 struttura complessa ogni 22 posti letto;

I suddetti parametri per i presidi ospedalieri di ASL (una struttura complessa ogni 22 posti letto), sono da intendersi a livello aziendale e possono essere declinati dall’azienda in modo diverso da presidio a presidio ferma restando la necessità di non superare in ogni caso la media aziendale una struttura complessa ogni 22 posti letto…. Per le ASL, le UOC per discipline senza posti letto potranno essere attinte anche da quelle previste per le strutture territoriali (1 ogni 13.515 residenti).

Il numero delle UOC e delle UOSD  per le varie discipline è così determinato dall’Atto Aziendale (pag. 107):
Posti letto assegnati 1.811
Unità Operative Complesse determinate in 82,31
Unità Operative Semplici 82,31x1,31 = 107,83 (108)

Abitanti 1.106.506
Unità Operative Complesse determinate in 81,87 (82)
Unità Operative Semplici 81,87 x 1.31 = 107,25 (107).

PLESSO OSPEDALIERO DI POLLA: UOC con posti letto
Operando una semplice divisione per ottenere le UOC da assegnare al P. O. di Polla, si ha:

212 PL / (22 PL/UOC)= 9,64 UOC.

Approssimando per eccesso, avremo 10 UOC con posti letto da assegnare al P. O. di Polla, anche in considerazione dell’importante collocazione geografica dello stesso, nella parte estrema della provincia di Salerno, ai confini con la Basilicata, e del rilevante ruolo relativo all'emergenza per la prossimità con una rete autostradale.  
Tuttavia, le strutture complesse con posti letto risultano soltanto otto e, dall’Atto Aziendale sono le seguenti:
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1)       UOC Cardiologia  12 PL
2)       UOC Chirurgia Generale  16 PL
3)       UOC Medicina Generale  26 PL
4)       UOC Oculistica  6 PL
5)       UOC Ortopedia e Traumatologia  18 PL
6)       UOC Ostetricia e Ginecologia  18 PL
7)       UOC Anestesia e Rianimazione  8 PL
8)       UOC Urologia  10 PL

Pertanto, in base ai posti letto presenti a Polla, andrebbero individuate altre due strutture complesse tra quelle presenti.



PLESSO OSPEDALIERO DI POLLA: UOC senza posti letto

Per quanto riguarda le UOC senza posti letto, per l’attuale Atto Aziendale esse risultano essere le seguenti:

1)       UOC Direzione Sanitaria di Presidio
2)       UOC Laboratorio Analisi

Operando una divisione per ottenere le UOC da assegnare al P.O. di Polla, che fa riferimento a un bacino d’utenza di 67.037 abitanti (dati ISTAT 2016, riportati nell’Atto Aziendale), si ha:

67.037 abitanti / (13.515 abitanti /UOC)= 4,96 UOC.

Approssimando per eccesso, si ha che circa 5 UOC potrebbero essere assegnare al P.O. di Polla.


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Confronto con gli altri Plessi Ospedalieri

Plesso Ospedaliero
Abitanti
Posti letto
UOC con PL
UOC senza PL
UOC con PL calcolate (differenza)
UOC senza PL calcolate (differenza)
“Luigi Curto” di Polla
67.037
212
8
2
10  (-2)
4   (-2)
“S. Francesco d’Assisi” di Oliveto Citra
N.A.
92
4
1
4    (0)
N.A.
“Maria Addolorata” di Eboli
N.A.
166
8
3
7.54 -> 8 (0)
N.A.


Da uno sguardo sinottico alla tabella di sopra, l’ospedale di Polla risulta quindi fortemente penalizzato. Questo fatto è chiaro da un semplice confronto con i vicini ospedali di Oliveto Citra ed Eboli, entrambi catalogati come DEA1 (si veda Elenco nazionale delle strutture della rete dell’emergenza ospedaliera, pubblicato dal Ministreo della Salute sul sito seguente: 
http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_8_1_1.jsp?lingua=italiano&id=17).

In particolare, se ci soffermiamo dapprima sui dati relativi al P.O. “S. Francesco d’Assisi” di Oliveto Citra, notiamo che questa piccola realtà, per la quale sembra non essere individuabile un bacino d’utenza specifico, è dotata di soli 92 posti letto. Pur tuttavia, il numero di UOC destinate a questo plesso è pari al numero massimo previsto dai parametri elencati sopra (con differenza pari a zero). Il plesso stesso è PST nella rete traumatologica, è spoke II livello per terapia del dolore rispetto all’Hub Azienda Dei Colli. Ospita, infine, la psichiatria in DH gestito dal dipartimento di Salute Mentale. A questa struttura è destinato un Direttore Sanitario.    

Per quanto concerne il plesso ospedaliero “Maria Addolorata” di Eboli (166 PL complessivi, ossia 46 PL in meno rispetto al “Luigi Curto” di Polla) le strutture complesse con posti letto sono 8, mentre quelle senza posti letto sono 3. Anche per questo presidio ospedaliero, a pochi chilometri dal DEA1 di Battipaglia, il numero di UOC previste è pari al numero massimo consentito dai parametri elencati sopra (con differenza pari a zero). Il presidio di Eboli, dotato di emodinamica, è hub di I° livello nella rete cardiologica. E' hub di I° livello nella rete cardiologica ed è PST nella rete traumatologica. A questa struttura è destinato un Direttore Sanitario.   
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A questa evidente discrasia non si è data soluzione nemmeno nella delibera del DG dell’ASL Salerno n. 137 del 22-02-2017 (oltre un mese dalla data di pubblicazione sul BURC dell’Atto Aziendale) in cui, in contrasto con le prescrizioni approvate nell’Atto Aziendale, si legge:

i)        La disciplina di Oculistica (6 posti letto) viene individuata come Unità Operativa Semplice Dipartimentale (UOSD) – come da rettifica notificata alla Regione Campania in data 16 gennaio 2017.
ii)   La disciplina di Geriatria (15 posti letto) viene individuata come Unità Operativa Complessa (UOC) – come da rettifica notificata alla Regione Campania in data 16 gennaio 2017.

Inoltre, in questa stessa delibera del DG dell’ASL Salerno n. 137 del 22-02-2017 si legge testualmente che “alla Direzione Sanitaria viene affidata anche la Direzione del Distretto n. 72”, introducendo una ulteriore penalizzazione del P.O. di Polla, già penalizzato dal contenuto dell’Atto Aziendale, così come abbiamo visto. L’anomalo accorpamento delle due diverse funzioni potrebbe costituire un precedente non proprio consono al buon funzionamento dei servizi sanitari, a tutto danno del cittadino.

Ma dire che la politica locale è dormiente su queste vicende è puro eufemismo. Qualcuno avrebbe dovuto approfondire questi temi. E non ci sembra che al momento quest'analisi sia stata ancora fatta, se non da specialisti che non hanno potere decisionale. Da quello che possiamo comprendere, in futuro si lascerà chiudere le specialità in modo progressivo in seguito al pensionamento degli operatori sanitari. Una triste storia tutta legata a un servizio sanitario nazionale ormai allo stremo.