sabato 13 maggio 2017

Era il 2009; eppure, sembra ieri

Cronaca della serata di presentazione del libro “Mediocri” di Antonello Caporale - Sala Consilina, 5 Gennaio 2009 



E’ questa l’impressione che si ha ad ascoltare un giornalista vero: egli appare come una persona informata sui fatti. Una persona oggigiorno pericolosa sotto molti aspetti. Questa l’impressione che mi ha seguito per un’intera serata, ascoltando Antonello Caporale durante la presentazione al suo libro “Mediocri”. Si può condividere o meno l’indignazione dell’autore rispetto ad alcuni fatti che riguardano la nostra libertà di cittadini nello scegliere il candidato al Parlamento, che ormai viene cooptato dal potere politico fattosi persona, identificata nel capo-partito. Resta il fatto che il giornalista che avevamo di fronte il 5 Gennaio a Sala Consilina non ha parlato di fatti distanti da noi anni luce, né tantomeno di astrazioni mediatiche o di erudite questioni filosofiche. Ha parlato di fatti, e di fatti concreti.

La cosa che mi ha colpito di più, tra le altre, è stata la profondità con la quale l’autore ha mostrato di conoscere alcune vicende che coinvolgono la nostra comunità di persone, che, evidentemente, è ancora in cerca di qualche spicchio di verità in questa palude dell’informazione, che solo da poco, grazie a qualche volenteroso giornalista e a qualche coraggiosa testata, sta mettendo a segno delle inchieste, devastanti per un potere politico consolidatosi anche grazie alla connivenza istituzionale a tutti i livelli. Potere di mediocri (nella definizione di Antonello Caporale), che sono diventati, nel corso degli anni, arrogantemente invasivi nella vita sociale. Potere avuto in cambio della svendita dello sviluppo di un intero territorio ad inconfessabili interessi, politici e non, lontani da noi qualche decina di chilometri. Potere fatto di normale furbizia e di particolare avidità, perché non si intende più la politica come servizio: questa nobile attività è stata ridotta a metodo per alimentare clientele e sistemare figli, mogli, nipoti, parenti e, in ultimo, amici e amici degli amici.

E dai fatti raccontati da Antonello Caporale è venuto fuori un simpatico aneddoto. Egli ha parlato di una sua idea, ovvero quella di istituire, nella nostra provincia, una manifestazione simile ad una che egli stesso ha visto svolgersi a Barcellona, in Spagna: i giochi della mente. Una sorta di olimpiadi parallele, a quanto mi è dato capire, in cui sono contemplate non tanto le discipline sportive, che coinvolgono il nostro corpo, ma quelle della mente. Quindi si può pensare che in queste originali olimpiadi siano praticate delle discipline come il gioco degli scacchi, i vari giochi delle carte, i giochi di abilità matematica e via discorrendo. Ebbene, sembra che Antonello Caporale abbia portato questa idea proprio all'attenzione del nostro Ente provinciale e che lì abbia trovato ascolto. Eppure, sembra di capire dalle parole di rammarico di Antonello Caporale, che, dopo il momento fatidico dell’approvazione dell’iniziativa e del finanziamento della stessa per un importo di un milione e duecentomila euro (pari a circa quattro miliardi e quattrocento milioni delle vecchie lire) siano scattati dei meccanismi clientelari che egli stesso non ha ben specificato. Eppure il giornalista ha avuto modo di connotare le persone che hanno portato avanti l’iniziativa, che qualcuno ricorderà per il clamore che ha successivamente prodotto nel Vallo di Diano solo perché a qualche albergatore ed operatore locale non erano state pagate le fatture emesse, con parole molto dure. Mi sembra di aver capito che egli abbia detto che, proprio considerando questo caso, ci troviamo di fronte ad una classe dirigente mediocre con la emme maiuscola.

Ecco allora che, questa dichiarazione dovrebbe essere recepita, secondo il parere di chi scrive, da un’attenta istituzione di controllo del corretto svolgimento della vita democratica di un comprensorio e posta sotto la lente di ingrandimento, per capire quali siano stati quei meccanismi clientelari, che sembra siano scattati subito dopo il finanziamento del progetto. Anche e soprattutto per l’ingente capitale di investimento nell'iniziativa. Ma chi dovrebbe fare ciò? Il quarto potere che, se non intimorito dai potenti di turno, nel passato è stato dormiente o addirittura connivente con gli autori di queste operazioni? Una giustizia assopita da anni? Un’opinione pubblica anestetizzata da polpettoni mediatici e da sagre suine, ovine, caprine, bacchiche, pseudo-storiche, post-moderne e futuriste, tutte lautamente finanziate dal Comune in cui si celebrano e poi, a volte a rotazione, a volte senza soluzione di continuità nella successione dei simboli, dalla Comunità Montana, dall'ATO, dai vari consorzi locali, dalla Provincia, dalla Regione, in un turbinio di soldi e di guadagni? Per alcuni deve essere diventata una seconda attività quella di organizzare sagre, mentre noi siamo sempre in attesa di bilanci finali da qualche ente locale. Forse aspetteremo invano. Di certo, queste manifestazioni (anche quelle bacchiche oserei dire, senza per questo volerne essere fautore) potrebbero portare vantaggi non indifferenti dal punto di vista turistico-ricettivo se opportunamente programmate e mirate all'accoglienza dei visitatori. Tuttavia, c’è il caso di un paese del comprensorio che nel passato ha speso, annualmente, decine di migliaia di euro per organizzare pranzi e gite gratuite su invito senza avere una struttura ricettiva sul proprio territorio. Poi, forse accorgendosi della carenza, sono di recente stati chiesti e ottenuti lauti finanziamenti per l’ospitalità diffusa nelle abitazioni dei parenti stretti degli amministratori. Tutto in famiglia, insomma, come ai bei tempi. E’ questo il contesto, quindi, in cui deve essere portata avanti un’azione di controllo della spesa per le manifestazioni pubbliche?

I meccanismi, tuttavia, sono chiari. Eppure, chi gestisce potere e danari pubblici sembra avere una sorta di salvacondotto: sono eletti e gaudenti, eletti e impunibili, eletti e rieletti per anni. E così quella palude bonificata con il sudore e con le vite stesse dei nostri avi oggi è diventata un pantano di sordidi affari di tutti i tipi: un piccolo mondo alla rovescia, dove il delinquente è rispettato e la persona onesta e osservante delle leggi derisa e socialmente esclusa mediante quei soliti meccanismi che conosce bene chi opera “mobbing” nei confronti delle “persone informate sui fatti”, affinché esse non possano parlare in pubblico. A loro viene tolto il microfono, anche metaforicamente parlando, in ogni occasione, perché i fatti, quelli veri, non quelli legati alla commemorazione del divo che si fa portatore di finanziamenti pubblici, non siano divulgati; questi fatti devono scomparire dalla scena; e scompaiono in modo sistematico. Le nostre lanterne magiche televisive perciò continueranno a perorare solo la causa del benefattore, del finanziatore, del portatore di soldi pubblici e di posti di lavoro (ne ha per sé, per i parenti e per gli amici e, perché no, per i “Clarinetto” Orwelliani di turno), senza interferenze di sorta. Tutto senza pudore, e senza il minimo accenno di rossore, nemmeno nelle occasioni pubbliche come quella della presentazione del libro di Antonello Caporale.

sabato 11 febbraio 2017

I nostri conti correnti sono dei secchi bucati?*

Se facessimo attenzione a come utilizziamo il nostro conto corrente, forse saremmo in grado di scoprire che il parallelismo tra questo strumento e un secchio bucato potrebbe anche non essere considerato un’assurda iperbole. In sintesi estrema è questo il contenuto dell’articolo “Propensity to spending of an average consumer over a brief period” (Propensione alla spesa di un consumatore medio sul breve periodo) apparso di recente sulla rivista "European Physical Journal B", disponibile per la sola lettura al seguente indirizzo: http://rdcu.be/jU6E.
Un serbatoio con un foro nel fondo da dove un 
fluido ideale fuoriesce con una portata q(t)Un 
rubinetto fornisce una portata p(t) in ingressoIl 
volume di liquido nel serbatoio è s(t).
Certamente non possiamo descrivere in un modo così semplicistico il comportamento di un consumatore medio, che utilizza il proprio conto corrente per ricevere un salario o delle remunerazioni per le proprie prestazioni professionali (entrata) e per l’acquisto di beni e servizi, per pagare le tasse e quant'altro (uscita). 

Pur tuttavia, la natura fornisce un illuminante esempio con la “formula di Torricelli” [1] che si applica a un grosso serbatoio con un buco nel fondo, in cui è presente del fluido ideale, così come mostrato nella figura. Possiamo pensare al volume del fluido ad un certo istante di tempo t come al saldo sul nostro conto corrente, alla portata del fluido in uscita come alle spese sostenute durante un intervallo di tempo prefissato (diciamo un mese) e al fluido versato nel serbatoio bucato, attraverso un rubinetto, come al salario o all’introito medio mensili. In questo caso, dunque, il tempo t denoterà un certo mese di un dato anno. 

Si noti che in questo modello idrodinamico si trascurano gli interessi maturati nel tempo. A questo punto siamo pronti per comprendere il parallelismo tra il sistema fisico e quello economico: la massa del fluido deve conservarsi, cosicché quello che esce, q(t), e ciò che viene risparmiato in un mese, s(t)-s(t-1), ove s(t) è il saldo al tempo t, deve essere esattamente uguale a ciò che entra, ossia p(t). Perciò non dovrebbero esserci difficoltà nello scrivere l’equazione seguente:

p(t)-q(t)=s(t)-s(t-1)

che riassume, in una sola formula, quanto detto prima.

Ora sappiamo che ciascun addendo nell'equazione di sopra è una portata (ossia, un volume di fluido che scorre in un certo intervallo di tempo, che noi abbiamo preso implicitamente uguale a un mese). 

Per semplicità di ragionamento, consideriamo un salario mensile fisso k. L’apparentemente semplice equazione che mette in relazione l’entrata (in questo caso p(t)=k) con l’uscita (l’addendo q(t)), tenendo conto di quanto viene accumulato nel serbatoio nel tempo t (il termine s(t)-s(t-1)) si riduce, in effetti, a un’equazione differenziale, così come essa viene definita dai matematici. Questa equazione differenziale descrive la dinamica dell’altezza h del fluido nel serbatoio. Il termine q(t) in questa equazione è importante: nel sistema idrodinamico esso è proporzionale, secondo la formula di Torricelli, alla radice quadrata dell’altezza h del fluido nel serbatoio. 

Pertanto, semmai esistesse una corrispondenza stretta tra questa legge e quella del nostro conto corrente, allora diremmo che la natura potrebbe riprodurre in pieno il comportamento di un consumatore medio. In effetti, anche se qui descriviamo il comportamento di un fluido ideale in un secchio bucato, possiamo dire – per quanto detto sopra – che il termine q(t) descrive la propensione alla spesa del consumatore medio. Pertanto, questa propensione dipende da quanto è alto il livello dell’acqua nel serbatoio al tempo t e, quindi, da quanto vale il saldo s(t). Nel lavoro citato sopra, tuttavia, sebbene venga introdotto e utilizzato il modello idrodinamico in figura, non viene presa come funzione della propensione alla spesa quella derivabile dall'equazione di Torricelli. 

Viene invece fatta l’ipotesi che il consumatore sia più cauto e che, per bassi livelli di h, la spesa cresca molto più lentamente rispetto a quanto avviene se adottiamo la funzione radice. Questa ipotesi – valida soprattutto in un periodo di crisi economica – porta alla predizione che, per redditi mensili maggiori dei consumi, nonostante la propensione alla spesa cresca con h, il saldo nel nostro conto corrente tende a portarsi su un livello costante. Naturalmente, le condizioni economiche del consumatore, per il quale l’ipotesi di un reddito che superi i consumi non sia vera, sono da considerarsi davvero critiche. In questo caso, infatti, si può calcolare un intervallo di tempo entro il quale un conto corrente si esaurisce anche per livelli di consumo minimi. Sarebbe del tutto auspicabile, perciò, che il consumatore medio possa essere in grado, entro lo stesso lasso di tempo , di recuperare un reddito che gli permetta di sostenere i consumi necessari per non contrarre debiti.

Ma quanto di tutto questo corrisponde alla realtà? Già intorno al 1990 Angus Deaton [2], a cui è stato attribuito il premio Nobel per l’economia nel 2015, aveva svolto studi sul legame che esiste tra il livello di reddito e la propensione al consumo. Naturalmente, il tentativo di dare una descrizione quantitativa di questi aspetti della vita economica attraverso l’introduzione del concetto di “consumatore medio” rischia di non fornire una descrizione dettagliata della realtà. Infatti, non tutti reagiamo nello stesso modo alla crisi economica e, perciò, quello che si può dire per un “agente rappresentativo” potrebbe non valere, in particolare, per un consumatore scelto a caso. Pur tuttavia, il modello idrodinamico ha il pregio, secondo gli autori del lavoro, di cogliere gli aspetti essenziali della propensione alla spesa di un individuo medio. Questi studi possono essere utili, infine, anche in campo macroeconomico per comprendere come un certo livello di tassazione possa influire sulla propensione alla spesa del consumatore e, d’altro canto, come il reddito medio possa essere messo in corrispondenza con un livello massimo di spesa pubblica. A questi aspetti verrà dedicato un secondo lavoro che, si spera, verrà presto alla luce.    

Bibliografia
[1] F. W. Sears, M. W. Zemansky, H. D. Young, University Physics, 5th ed. (Reading: Addison-Wesley, 1977).
[2] A. Deaton, Understanding Consumption (Oxford: Clarendon Press, 1992).


Considerazioni tratte dall’articolo “Propensity to spending of an average consumer over a brief period” (Propensione alla spesa di un consumatore medio sul breve periodo) pubblicato sulla rivista European Physical Journal B
Roberto De Luca1, Marco Di Mauro1, Angelo Falzarano2, Adele Naddeo3
Dipartimento di Fisica E.R.Caianiello, Università degli Studi di Salerno, 84084 Fisciano (SA), Italy
Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche, Università di Napoli Federico II, 80126 Napoli, Italy
INFN Sezione di Napoli, 80126 Napoli, Italy

domenica 18 dicembre 2016

La grande distribuzione e il commercio diffuso


Sala Consilina (17-12-2016).
Pubblicazione autorizzata
dall'autore.
Solo qualche anno fa, a ridosso della campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale del 2009, veniva istituito, a Sala Consilina, un “Centro Commerciale Naturale” [1]. Uno studio nel 2006, una presentazione in pompa magna nello stesso anno, poi la costituzione di un consorzio agli inizi del 2010. Oggi il centro di Sala Consilina, pur discretamente addobbato con luci natalizie, grazie a finanziamenti in parte erogati dal Comune, in parte dalla Camera di Commercio [2], ha l’aspetto di un villaggio del Far West visitato dai banditi che sembrano aver consigliato alle famiglie di restare chiuse in casa. Si fa l’esempio di Sala Consilina, ma la stessa osservazione potrebbe essere valida anche per altri centri del Vallo di Diano.

Questo incipit è solo per illustrare il difficile momento che le attività commerciali tradizionali del posto stanno attraversando. Questa premessa dovrebbe inoltre servire per affrontare il non facile tema del fenomeno della crescente attenzione, da parte del consumatore medio, verso la cosiddetta “grande distribuzione” e le attività commerciali concentrate in aree dedicate.

Sala Consilina (17-12-2016).
Pubblicazione 
autorizzata dall'autore.
Notiamo che oggigiorno è alquanto difficile, per le famiglie del posto, prescindere dall'acquisto di beni di consumo presso i punti di presenza della grande distribuzione. Questo perché lo stile di vita delle persone si è andato man mano adeguando ai ritmi frenetici di una società industrializzata, anche se questo stadio produttivo non è mai stato veramente raggiunto (non si sa se per fortuna o per sfortuna) nel Vallo di Diano.

E allora chiediamoci come dovrebbe interfacciarsi un consumatore consapevole con il mondo della grande distribuzione e come quest’ultima realtà dovrebbe tenere in conto le capacità produttive locali. Infine chiediamoci quale potrebbe essere il futuro delle attività commerciali tradizionali. Queste domande resteranno per lo più senza risposta alcuna, nonostante l’esperienza maturata negli ultimi anni in ambito consumeristico, con qualche pubblicazione all'attivo anche in ambito scientifico [3]. Intanto, queste stesse domande saranno utili per incominciare a comprendere più a fondo il fenomeno dello spostamento dell’interesse del consumatore dal commercio “diffuso” a quello “concentrato”. 

Partiamo allora dal considerare che un consumatore medio apprende dell’esistenza di una gamma sterminata di prodotti attraverso la pubblicità su radio, televisioni, cartelloni sempre più obbrobriosi e invadenti, su manifesti e volantini. Dal punto di vista del consumatore, se questa semi-infinita offerta è concentrata in un luogo circoscritto, il tempo che lo stesso dovrà dedicare agli acquisti è minore di quello che s’impiegherebbe per comprare gli stessi beni di consumo in luoghi diversi. E questo non soltanto perché ci vuole del tempo per percorrere una data distanza, giacché potrebbero entrare in gioco variabili impreviste, quali – ad esempio – una coda in macchina o in un negozio. Pertanto, se dovessimo dar credito al motto “il tempo è denaro”, potremmo ben comprendere l’atteggiamento del consumatore medio nel prediligere, a volte anche a discapito della qualità, l’acquisto di beni di consumo presso un grosso centro di distribuzione. Pur tuttavia, è proprio la variabile tempo a giocare un ruolo importante in questo fenomeno socio-economico, non tanto perché equivalente a una somma di denaro, ma perché limitato da uno stile di vita che lascia poco spazio ad altre attività, eccezion fatta per quella lavorativa. Questo potrebbe spiegare il fenomeno della concentrazione dei momenti dedicati agli acquisti in determinati giorni della settimana. E questo potrebbe darci un indizio del perché il consumatore medio ami il carrello della spesa variegata, piuttosto che il passare da un negozio minimamente più specializzato a un altro.

Un momento della campagna elettorale del 2009.
Partendo da questa considerazione sul servizio fornito dai grandi centri di distribuzione, possiamo cercare di comprendere come l’economica locale possa parare il duro contraccolpo della già imperante globalizzazione. Inoltre, sarebbe interessante comprendere come possa oggi intervenire la “politica”, che ormai sembra non avere più voce in capitolo su questi fenomeni, per ridimensionare l’importazione forzata di beni di consumo che potrebbero essere disponibili in loco, ossia, “a chilometro zero”. Facciamo solo un esempio, che potrebbe ben calzare una tipica situazione del nostro territorio. Ammettiamo che una famiglia di quattro persone vada a fare la spesa in un supermercato una volta la settimana in media. Nel carrello della spesa ritroviamo sia alcuni beni che non sono prodotti localmente, sia altri che potrebbero essere acquistati presso rivendite locali, perché prodotti localmente. Pur tuttavia, l’origine di questi secondi prodotti che ritroviamo nel carrello non è locale. Un esempio su tutti: i prodotti dell’agro-alimentare. S’innesta così un fenomeno duplice di depauperamento del territorio: si mortifica la produzione locale e si favorisce l’importazione di beni di consumo da territori lontani (a volte anche estremamente lontani), con conseguente trasposizione di importanti risorse economiche che potrebbero alleviare la perdurante crisi occupazionale delle nostre terre.
Un meccanismo di protezione delle dinamiche produttive e occupazionali locali dovrebbe essere pensato da una classe dirigente in grado di comprendere, innanzitutto, i fenomeni in atto e  capace di trovare – nel non semplice quadro normativo attuale – una soluzione adatta a calmierarne gli effetti. Nel 2009 avevamo pensato a un forte incremento delle attività di cooperazione tra i vari produttori nel settore agro-alimentare locale di qualità, in modo da creare un impatto concreto e duraturo sull'intero mercato regionale. Sarebbe stato importante, ad esempio, concentrare sotto un marchio di qualità, unico per tutto il territorio, le varie produzioni agricole, con particolare riferimento alle tipicità locali. In questo modo, il prodotto sarebbe stato riconoscibile su una scala più vasta di quella locale e avrebbe goduto di strutture consortili di supporto che ne avrebbero curata la commercializzazione, anche presso i centri della grande distribuzione.

Infine, per quanto riguarda le misure protettive delle attività commerciali tradizionali, bisognerebbe attivare studi simili a quello effettuato nel 2006 che, visti i risultati ottenuti, può essere oggi considerato un mero esercizio accademico. Le soluzioni andrebbero cercate da amministratori competenti, da urbanisti ed economisti, insieme ai rappresentanti di categoria che, con riferimento alle vere vocazioni del territorio, abbiano fornito prova, nel tempo, di azioni coerenti. Naturalmente, non dovrebbe essere considerato utile l’apporto di chi, in dispregio dell’assetto socio-economico del territorio, avesse tentato avventure commerciali che oggi rischiano di mettere in ginocchio le residue attività locali. Anche le associazioni consumeristiche dovrebbero fare la loro parte, cercando di rendere sempre più consapevole il cittadino sul consumo di beni e prodotti e cercando, per quanto possibile, di convincere i responsabili dei punti di presenza locale della grande distribuzione di venire incontro alle legittime esigenze di sostenibilità ambientale e di rispetto delle attività produttive locali. Per prima cosa, per quanto riguarda l’associazione rappresentata dal sottoscritto, sarà suggerito, subito dopo questo breve scritto, l’apertura di un angolo dedicato ai prodotti locali certificati in ogni punto di vendita. In secondo luogo, sarà proposta la vendita di prodotti sfusi o con imballaggio a basso impatto ambientale in alternativa ai prodotti con involucri di plastica. Sarà un cammino lento e difficile verso la ripresa delle prerogative sociali ed economiche che una volta erano del Vallo di Diano. Questo percorso dovrà essere affrontato con estrema umiltà e con spiccato senso di responsabilità. Non ci sono scorciatoie, purtroppo; cosicché, prima s’inizia a mettersi in cammino, prima arriveremo all'agognata meta di un futuro sostenibile per la vallata.


sabato 10 dicembre 2016

Non amalgamiamoci

Non amalgamiamoci. È questo il messaggio che Roberto Mancini, il poliziotto che ha scoperto l’architettura del traffico illecito dei rifiuti in Campania e in Italia e che è rimasto vittima dell’attività svolta nella devastata Terra dei Fuochi, voleva fare arrivare a chi volesse svolgere con onore il proprio dovere. Su questo ed altri aspetti della vita sociale si è parlato lo scorso 29 ottobre a Polla, presso l'Ex Libris Café, con Nello Trocchia, l'autore del libro dedicato a Roberto Mancini. Grazie a una delle tante meritorie iniziative dell'Associazione Voltapagina abbiamo potuto godere di un momento di riflessione su alcuni mali endemici del nostro splendido territorio.

Non amalgamiamoci. È questo il messaggio che umilmente anch'io – con questo scritto - vorrei fare arrivare ai tanti cittadini che, in questo momento, stanno vivendo situazioni difficili, perché la nostra società non sa – al momento - essere giusta e non sa rispettare i diritti di ciascuno, ma sembra voler coltivare solo i privilegi di alcuni (gli amalgamati, appunto). È difficile rimanere con la schiena diritta in questi momenti in cui la crisi economica sta producendo povertà diffusa, ma l’esortazione che vorrei fare arrivare, soprattutto a chi in questo momento è in difficoltà, è la seguente: non sarà sempre così. La Repubblica, in tutte le sue molteplici espressioni, saprà dare piena attuazione agli articoli 1, 2, 3 e 4 della Costituzione. Deve essere così, e non può essere altrimenti, perché “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Civetta
(https://it.wikipedia.org/wiki/Athene_noctua)
Non amalgamiamoci. È questo che dobbiamo ripeterci a vicenda anche perché abbiamo conosciuto tempi in cui, nel Vallo di Diano, la politica c’era e nessuno si sognava di “amalgamarsi”, perché ciascuno faceva parte di una squadra, che poteva perdere o poteva vincere. Adesso esistono solo vincitori, perché gli avversari si sono eclissati. Con questi vincitori non bisogna amalgamarsi, pena la morte interiore. Quel periodo di dialettica politica finisce proprio quando inizia il declino del Vallo di Diano (che implicitamente si fa iniziare con l'anno del Signore 1987, anno in cui viene chiusa al traffico la linea ferroviaria Sicignano-Lagonegro). Gli attuali amministratori sono dei cloni mal riusciti di figure politiche preminenti del passato. Essi, tuttavia, sono ancora capaci di raccogliere voti a iosa (De Luca docet!), ma non a sufficienza per potere arginare il fiume in piena del 4 dicembre scorso. Una valanga di voti ha fatto comprendere a una classe dirigente, che forse è ancora sotto shock, che le regole della democrazia non possono essere alterate a proprio piacimento. 

Se volessimo fare un'analisi delle ragioni del declino, tuttavia, il tutto non va ascritto all'assenza di un politico “di peso”, ma all'assenza della politica, molto più semplicemente. Della buona politica, soprattutto, quella che l’opinione pubblica non ha mai voluto riconoscere, perché - al momento opportuno - sono stati attivati quei meccanismi clientelari che Vincenzo De Luca ha saputo bene illustrare nel proprio discorso ai trecento (un numero a me caro, assolutamente da non confondere con i Trecento) sindaci campani. 

Su queste e altre questioni ho scritto, in agosto, sul mio blog, cercando di ripercorrere a ritroso quanto successo nelle ultime elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio regionale.

Allocco
(https://it.wikipedia.org/wiki/Strix_aluco)
Comprendo che è difficile stare al passo con quanto viene scritto e detto sulla politica locale, e anche sulle predizioni più amare, come nel caso di una lettera a Repubblica in cui si denunciava la presenza di "bolidi estivi" nel Vallo di Diano. Proprio nella lettera di accompagnamento alla testata nazionale si faceva notare come un cittadino che osserva determinati fenomeni non ha strumenti, se non quello della persuasione della parola, per affrontare alcune specifiche questioni.

Pertanto, proprio l'assenza della politica ha reso il cittadino privo di poteri politici, appunto. Infatti, se il significato dell'espressione di voto dovesse essere riconducibile allo scambio prospettato nella ormai famosa arringa ai trecento sindaci, avremmo - come territorio - davvero poco potere contrattuale ("poche decine di migliaia di voti"). Anche perché chi amministra è rappresentato, nella stessa arringa, come impegnato a gestire le briciole di ciò che il dominus (a seconda della percentuale di votanti che vanno al seggio con le bandiere giuste, dopo aver consumato una buona frittura di pesce) decide di elargire magnanimo.


Gli allocchi locali, pertanto, non possono essere cercati tra coloro i quali hanno sempre dato una rappresentazione giusta della politica, fatta di idee e di onesto servizio, ma sono da individuare in coloro i quali hanno precise responsabilità amministrative. Alcuni di questi volatili, che assomigliano molto alle civette, di cui ben conoscono le funzioni, ricoprono da decenni ruoli importanti per lo sviluppo del territorio. Ma, naturalmente, di questi rapaci notturni nessuno parlerà mai in tono sprezzante, perché hanno in mano il cordone della borsa. E che importa se oggi dicono una cosa, domani l’altra e dopodomani l’altra ancora. Di tempo ne hanno avuto per dire ancora, per fare e disfare, ad libitum. Quel tempo, per fortuna della vita democratica, sembra essere scaduto. 

sabato 3 settembre 2016

Incubi notturni: un paese alla rovescia

Immaginate di addormentarvi una sera e di sognare di un paese dove il linguaggio viene utilizzato in modo contrario alla semantica corrente e dove i ladri diventano guardie e, al contrario, i tutori dell’ordine e i cittadini onesti vengono perseguitati.  Questo sogno potrà di certo essere definito un incubo.
 
I reati diventano, in questo sogno, dei fatti di ordinaria amministrazione. Pertanto, per giustificare un falso in bilancio basterà parlare di un “bilancio non veritiero” e tutto sembrerà più che normale. Un imprenditore (si fa per dire!) che fa affari con i soldi pubblici potrà essere esattore (indiretto) e impositore (diretto) di tributi senza che nessuno si scandalizzi. Questo stesso imprenditore (nei nostri sogni) potrà impiegare persone a suo piacimento nella sua (si fa sempre per dire!) impresa e sfruttare questi “favori” elargiti per fare politica. E così la politica potrà farla con i suoi affari, facendo i suoi affari con la politica. Le istituzioni, nel sogno, saranno preda dei delinquenti di ogni risma, che allontaneranno le poche persone oneste che potessero annidarsi in esse come delle vipere. Vipere, perché potrebbero scoprire qualche cattiveria amministrativa, come la pervicacia nel negare diritti a chi li chiede per sé e per gli altri. Vipere, che potrebbero scoprire cosa si nasconde dietro alcuni appalti e alcune consulenze. Pertanto, meglio sarebbe tenere a debita distanza le vipere e continuare a coltivare i propri interessi, con l’aiuto del compare e dell’amico, ma anche dell’avversario fasullo, all'occorrenza.


In questo sogno i “reati” sarebbero perseguiti dai delinquenti. E, quindi, verrebbero arrestate tutte le persone perbene, per le stesse ragioni esposte sopra. I fiumi e i torrenti verrebbero resi delle fogne a cielo aperto per la gioia di tutti. Il verde finalmente calpestato e cementificato, sempre nel sogno, con tutto ciò che venisse in mente a chi regge le sorti del territorio. Le aree protette sarebbero trasformate in zone edificabili e palazzoni enormi verrebbero costruiti anche nei centri storici di egregia e antica fattura. La biodiversità diverrebbe una cattiva parola e verrebbe messa al bando; la vegetazione verrebbe trattata come immondizia; l’immondizia, di contro, verrebbe fatta crescere per le strade e ammirata come una reliquia. Da questa reliquia molte imprese trarrebbero lucro e molte buone azioni verrebbero fatte in suo nome: sversamento di rifiuti tossici in terreni agricoli; interramento di veleni in discariche (che in questo sogno diverrebbero tutte perfettamente legali); inquinamento dei corsi d’acqua e delle falde acquifere; trasporto della frazione umida su treni e su navi per terre lontane (per guadagnare di più alle spalle della gente); costruzione di inceneritori e di fabbriche inquinanti dappertutto per inondare di diossina e di polveri sottili tutto quanto gli uomini calpestano o respirano.

La stampa, nel sogno, sarà popolata da persone con pochi scrupoli che glorificheranno i malfattori e, finalmente, faranno stare zitto – definitivamente - chi difende l’ambiente e i diritti dei cittadini. Nella loro prosa le zone protette diverranno inutili, anzi dannose, perché opporrebbero ostacoli alla bramosia di chi intende speculare anche in questi luoghi incontaminati. I boschetti paleo-palustri saranno delle zone malsane, gli areali della cicogna delle ottime zone industriali, le zone archeologiche un ammasso di pietre.

Saranno così tutti liberi di “rubare il rubabile” e le cricche diverranno le nuove associazioni di volontariato, in cui opereranno Robin Hood moderni che tolgono agli altri per dare a sé stessi. L’opinione pubblica sarà dura, inesorabile, nei confronti delle persone perbene e la stampa sarà un “cane da guardia del potere”, abbaiando ogni volta che qualcuno criticherà, a ragione, un amministratore pubblico. Gli amministratori malvagi saranno definiti morbidamente, per non urtare la loro suscettibilità, e il cittadino inerme, che urla la propria disperazione, trattato come un paria di questa nuova, orribile società. Il giovanilismo andrà ancora di moda, cosicché le idee (si fa per dire!) non verranno giudicate nel merito, ma dall'età di chi le propone.    

Chi dovrebbe sorvegliare sull'ambiente, nel sogno, aiuterà le operazioni di devastazione e poi avrà mano libera per mettere alla berlina quei “millantatori” che dovessero denunciare gli scempi. Le imprese che forniscono servizi ai cittadini faranno a gara per vessare l’utente, che sarà oggetto di continue richieste di denaro per finanziare le tasche dei pochi soliti magnati.

In questo sogno, per sfortuna, saranno sempre e solo i deboli e gli indifesi a pagare il conto per i furbi e i profittatori, sempre più ricchi e potenti. È vero, il soggetto non sarà poi tanto diverso da quello della vita di tutti i giorni. Tuttavia,  ci sveglieremo di buon mattino e troveremo consolatorio sapere che l’incubo sarà durato solo per una notte. Ma che lunga notte, popolata da mostri, sarà stata!

venerdì 19 agosto 2016

Capponi di Renzi nel Vallo di Diano

Osservando il gran lavorio a cui alcuni si sottopongono per arrivare a mettere le mani sulle amministrazioni locali, come possiamo non farci tornare alla mente il passo manzoniano sui “capponi di Renzo”. Cambia la vocale finale, ma il risultato è – nei fatti – lo stesso. Eppure mentre i poveri volatili nel romanzo storico erano del tutto ignari della loro (e solo loro) futura sorte, lo stesso non vale per alcuni amministratori locali. Infatti, essi si apprestano a convincere gli amministrati, con i mezzi che conosciamo bene, della bontà della riforma costituzionale del loro signore. Così facendo, giocano con i nostri destini e con quelli dei nostri figli, senza percepire il baratro istituzionale in cui potremmo tutti a breve precipitare. Questo frangente delicato della vita politico-amministrativa del Vallo di Diano, del Sud e dell’Italia tutta induce a un’ennesima riflessione sui metodi utilizzati dai più per agganciare il territorio a un meccanismo perverso di pseudo-rappresentanza politica a qualsiasi livello.


Cominciamo allora dal livello più basso, in tutti i sensi. Un incarico amministrativo dovrebbe essere ricoperto con la massima consapevolezza dell’attuale complessa (e molto critica) situazione socio-economica. Eppure, ancora si sgomita per partecipare a un’indecente caccia al tesoro in cui i mediocri sono i più lesti ad agguantare la meta. Arrivano primi a suon di voti, non di consensi, con tattiche fatte di ogni sorta di furberia. Ma sono voti, non consensi. Perché il giorno dopo le elezioni (alcune con lista unica, altre con liste che si definiscono con un nome di un altro incolpevole volatile, ma che noi diremo fasulle) si rinnova il solito lamento nei confronti delle ingiustizie del mondo. E a volte il pianto greco proviene proprio dalle file degli elettori di questi nuovi baroni locali. Mentre i cittadini consapevoli desidererebbero vedere una classe dirigente più preparata sia sul piano culturale in generale che delle esperienze lavorative e amministrative. Persone che studiano e viaggiano per fare confronti e per cercare di prendere il meglio delle esperienze virtuose altrui, invece di affidarsi all'improvvisazione e all'assenza perenne di un'idea di sviluppo.

Una fontana murata nel centro di Sala Consilina.
Quando si va oltre la privatizzazione, succede
anche questo.
Se saliamo appena di un gradino, ci accorgiamo che il peggiore dei mediocri potrebbe ben rappresentare il basso contenuto etico delle azioni amministrative locali. Anche con il contributo di chi si auto-definisce migliore o alternativo. E già! Un’azione amministrativa vessatoria nei confronti dei cittadini, un incurante atteggiamento verso le emergenze ambientali locali, una voluta disattenzione nel contrasto all'illegalità diffusa (salvo poi professare la legalità a parole), uno sguardo distratto quando le emergenze sociali reclamano impegno serio e concreto danno garanzia di ascesa al gradino successivo. E già!

Sul livello ancora successivo si è fatto tanto parlare sulla pletora di candidature locali. Nessuno, men che meno la stampa commerciale locale, ha però notato che sono state le compagini dei migliori e degli alternativi a ingrossare le file dell’elettorato passivo. I due caravanserragli contavano una decina di liste ciascuno e mettevano in campo otto candidati locali in totale. 
Mancava il candidato del M5S, per il quale gli amici pentastellati avrebbero dovuto lavorare. Per fortuna (della vita democratica locale), c’era una voce fuori dal coro che ha voluto ricordare anche alle più pavide minoranze (ma certamente non a quelle proditoriamente costruite) che esiste una via per l’opposizione al renzismo. Sì, perché anche i migliori e gli alternativi hanno rimpinzato di voti i deluchiani e, di conseguenza, i renziani. Sarebbe davvero interessante, adesso che il contesto politico nazionale è nettamente polarizzato su due fronti opposti, vedere i migliori (tra i mediocri) dove si collocheranno, semmai lo faranno apertamente. I due fronti sono, ovviamente, i seguenti: il primo dell’opposizione netta alle false riforme, il secondo dei capponi locali che tentano di condurre anche noi cittadini nella padella della cucina di Azzeccagarbugli.


Un esempio di come sono ridotti i nostri fiumi.
E un esempio di un tentativo di recupero da
parte di uomini di buona volontà.
Ci sarà molto da fare dopo il fallimento di questo maldestro tentativo di minare alla base le fondamenta della vita democratica italiana. Ci sarà da acquistare fiducia nelle istituzioni, da lavorare per un futuro diverso e, si spera, migliore. Si lavorerà, allora, seguendo un progetto fondato su paradigmi del tutto diversi da quelli prospettati dal loquace fiorentino. Un futuro in cui l’onestà e la competenza degli amministratori locali dovranno ricomporre l’attuale frattura tra i cittadini e la politica e far recuperare il passo a una nuova idea di progresso. Non più un progresso che preveda forti sperequazioni sociali, modelli produttivi basati su fonti energetiche inquinanti e un conseguente sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, ma un progresso basato sulla conoscenza, sulla ricerca, sulla giustizia sociale, sul rispetto vero delle risorse naturali residue e sulla valorizzazione delle peculiarità culturali dei nostri territori.          

venerdì 29 luglio 2016

Costruzione del consenso


A sentir dire da un sopraffino intellettuale, durante la piacevole presentazione di un suo interessante libro, che egli mai si sarebbe piegato alla logica della raccolta del voto attraverso il favore alle clientele o la partecipazione ossessiva e inopportuna ai funerali di ciascun defunto, mi chiedevo se fossero proprio queste le vie locali al consenso. E mentre gli inviti (alcuni anche interessati) alla partecipazione alla vita amministrativa del paese si sprecavano, era commovente assistere alla strenua difesa della propria integrità caratteriale da parte del plurilaureato scrittore. 

Molti si chiedevano ad alta voce come mai la vita socio-politica del posto dovesse rimanere chiusa all'ingresso di intellettuali che potrebbero dare un valido apporto di conoscenze e competenze. Sul banco degli imputati, quindi, non venivano posti gli amministratori locali e gli attuali metodi di raccolta dei voti, ma l’intellettuale che non si prestava al gioco e che aveva, addirittura, l’ardire di affermare la propria diversità antropologica rispetto a chi calca la scena politico-amministrativa del luogo.
Una parte della centrale fotovoltaica (?)
a Teggiano. 

Invece, a subire un processo da parte dell'opinione pubblica dovrebbero essere proprio quegli amministratori che hanno così tanto alterato il clima politico-amministrativo da rendere una persona di cultura incompatibile con una competizione elettorale a qualsivoglia livello. Tuttavia, se si potesse attrezzare un luogo, anche non fisico, dove discutere pacatamente di questioni simili, chiamando a raccolta le residue forze sociali sane, ancora non contaminate dalla logica becera del voto dato, in una sorta di partita di giro, alla compagine che si ritiene vincente, si potrebbe cominciare a imbastire un dialogo franco su queste dinamiche perverse. 
Alberi che invadono la carreggiata
di una strada di Sala Consilina.

Eppure, il clima sociale appare così alterato che qualsiasi tentativo di cambiare lo stato attuale potrebbe essere destinato a fallire. La stessa area della protesta, che vent'anni fa non esisteva affatto, è corrotta dal virus dell’acrimonia e del contrasto alla persona. Coniugando il motto della giungla “mors tua, vita mea”, molti si abbandonano alla lotta all'individuo, finalizzata al rimpiazzo di una classe dirigente con un’altra identica, invece di proporre nuove idee amministrative e di promuovere progetti di rilancio del territorio.

Pur tuttavia, sebbene gli esperimenti fatti e da fare nella direzione dell'aggregazione delle forze di contrasto al "sistema" potrebbero risultare fallimentari, questi stessi esperimenti possono costituire l’inizio di una nuova fase di pensiero e di azione per la vallata. Bisogna però abbandonare la logica imperante del comando per il comando, del potere come affermazione di se stesso, e ricordare che la politica è un servizio alla collettività che comporta molti oneri e, se va bene, qualche onore.


Alberi abbattuti in un parco giochi di
Sant'Arsenio.
Per questi motivi si prova compatimento nei confronti di quegli amministratori che ostentano i numeri come prova delle proprie capacità. Perché proprio questi hanno avvelenato il clima democratico fino ad azzerare, in alcuni casi, il dibattito politico in alcuni popolosi paesi della vallata. Cosicché, per rovesciare questa situazione, bisognerebbe fare affidamento sulle intelligenze integre e sulla volontà di rilancio di un progetto comune. E questa sembra essere davvero un’ardua impresa; non impossibile, tuttavia.