domenica 17 febbraio 2013

ATTI PUBBLICI

Sulla questione dei rifiuti illecitamente smaltiti in alcuni terreni sequestrati su ordine della Procura di Santa Maria Capua Vetere (CE) presentammo una denuncia, come associazione, nell'ottobre del 2011. Il 23 gennaio di quest'anno è stata fatta richiesta di archiviazione, da parte della Procura di Sala Consilina, del procedimento.

Non ffacciamo commenti. Tuttavia, ci preme dire che presenteremo opposizione alla richiesta di archiviazione, per i motivi che diremo nella parte finale.

Chiediamoci infatti su quali basi si fonda l'affermazione "contrariamente a quanto asserito dagli organi di stampa tali rifiuti non sono da classificare quali speciali pericolosi tossici e/o nocivi bensì quali speciali non pericolosi" che ritroviamo nelle indagini effettuate a Sala Consilina. Sembrerebbe su di una comunicazione dell'ARPAC del 2006. E però, l'operazione Chernobyl, terminata nel luglio del 2007, porta a galla dei fatti che non sono così consolatori (vedi ampio resoconto su Il Mattino, nella rassegna stampa del Ministero della Salute). Innanzitutto, nell'agosto del 2007, la stessa Procura di Santa Maria Capua Vetere spediva ai sindaci dei Comuni di Sant'Arsenio, San Pietro al Tanagro, San Rufo e Teggiano una comunicazione, presente nel fascicolo, in cui si chiedeva alle Amministrazioni competenti la bonifica dei terreni, “attesa l’estrema pericolosità derivante dalle attività criminali accertate in tema, in particolare, di smaltimento illecito di rifiuti”. Sulla base di ciò e di quanto ci racconta Rosaria Capacchione (vedi articolo pubblicato su Il Mattino nel luglio 2007 e riportato sotto), chiederemo che vengano acquisite le risultanze dell'operazione Chernobyl, che riguardano - evidentemente - anche i terreni di cui ci parlava Salvatore Medici nel suo pezzo dal titolo "Chernobyl, l'inquinamento nel Vallo e i cittadini. Qualcosa non funziona". Naturalmente, faremo opposizione alla richiesta di archiviazione perché, sulla base delle risultanze dell'operazione Chernobyl, si effettuino nuove indagini volte a capire se, effettivamente, la comunicazione dell'ARPAC sia, in ordine temporale, successiva a tutti gli smaltimenti illeciti (che sono pari a 980.000 tonnellate in totale) individuati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nel corso della lunga inchiesta portata avanti dal Procuratore Donato Ceglie in un'altra provincia della Campania.

«Rifiuti tossici, Campania come Chernobyl» 
Smaltimento fuorilegge dei fanghi, scorie utilizzate come concime: 38 arresti, sequestrati 4 depuratori 

di ROSARIA CAPACCHIONE 

Veleno usato come concime. Cromo esavalente, una delle sostanze tossiche tra le più pericolose e insidiose, mischiato al terreno agricolo, quello sul quale vengono poi coltivati gli ortaggi, le verdure, la frutta. Un attentato alla salute, paragonabile solo al disastro ecologico provocato dal scoppio del reattore di Chernobyl, consumato per oltre due anni da affaristi senza scrupoli e da contadini compiacenti, disposti a chiudere un occhio, e anche un altro, sulla vera natura di quel concime in cambio di poche manciate di soldi. Da due anni, con una progressione sconvolgente: prima in provincia di Caserta - soprattutto il litorale domiziano e l’agro aversano - e poi nel resto della regione. Il cimitero segreto delle scorie industriali è ora nelle campagne dell’agro nocerino-sarnese, nelle buche scavate lungo il tracciato di un metanodotto, nella piana del Sele, al confine tra Benevento e Avellino, in provincia di Foggia, nel Calore. E nelle falde freatiche di quasi tutta la Campania. Sconvolgenti i risultati del monitoraggio fatto dai carabinieri del Noe di Caserta e Salerno. Un’indagine sul campo, documentata da centomila intercettazioni telefoniche, da foto e filmati, da sequestri fatti nel corso dell’inchiesta. Che all’alba di ieri ha portato a trentotto arresti: i gestori degli impianti di compostaggio che distribuivano i veleni ai contadini, i titolari delle società alle quali era affidato lo smaltimento dei quattro depuratori della Campania, gli autotraportatori, gli agricoltori che hanno accettato di smaltire illegalmente quei veleni. Trentotto decreti di fermo, firmati dal pm di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, nei quali vengono contestati i reati di associazione per delinquere, traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi, disastro ambientale, truffa, frode nelle forniture. In aggiunta, il sequestro delle società degli indagati e dei quattro depuratori di Cuma, Mercato San Severino, Orta di Atella e Marcianise, che però continueranno a funzionare. Ed è proprio lo smaltimento dei fanghi di depurazione la base di partenza dell’inchiesta. Scorie che, fino, agli inizi del 2006, finivano in alcuni fondi agricoli della provincia di Caserta, transitando per le società di compostaggio della famiglia Roma (l’amministratore della società è stato recentemenete condannato a sette anni di reclusione per traffico di rifiuti tossici). Gli arresti avevano fermato quel canale ma la tecnica è rimasta invariata. Altri nomi, altre ditte, grande capacità di corruzione, amicizie giuste negli uffici e nei laboratori di analisi addetti alla certificazione di qualità dell’ammendante. I fanghi che entravano nei silos di compostaggio si trasformavano, miracolosamente, in concime, con tanto di nulla osta sanitario. E ciò che non riusciva a essere riciclato negli impianti, finiva nei fiumi, il Sabato e il Calore. In qualche caso, mascherato da una colata di calce viva. Poi, l’affare nell’affare: la miracolosa trasformazione di veleno in ammendante - la stima è di un milione di tonnellate di rifiuti pericolosi trattati in maniera illegale - ha fruttato almeno cinquanta milioni di euro, oltre ai sette milioni e mezzo di evasione dell’ecotassa. Quando gli arresti e le prime condanne avevano fatto sospettare agli indagati che prima o poi potesse toccare anche a loro, ecco la ricerca affannosa di sponsor di qualità, con il tentativo di coinvolgere la Coldiretti. Avallo che però, dall’associazione di categoria, non è mai arrivato. 

Quel patto tra i nuovi avventurieri delle ecomafie 

Quattro società specializzate nel compostaggio o nello smaltimento di scorie tossiche e nocive. Quattro depuratori, destinati per legge al trattamento delle acque reflue. E un manipolo di affaristi, disposti a tutto pur di guadagnare il più possibile dai rifiuti, soprattutto se altamente pericolosi. Un patto infernale, stipulato sulla pelle di milioni di persone ignare - gli abitanti della Campania e della vicina Puglia - sulle cui tavole sono finiti, per anni, generi alimentari corrotti alla fonte. Dietro, nuovi avventurieri delle ecomafie e vecchi nomi che tornano, come quello di Agizza (e del socio Romano), parente di quell’Agizza che negli anni Novanta fu coinvolto nelle grandi inchieste anticamorra sui clan Nuvoletta e Alfieri. È lui a interessarsi del rilascio dei certificati di comodo, firmati dalla Ecoricerche di Capua, che devono attestare la non pericolosità dell’ammendante prodotto. E per questo si rivolge a un amico, Salvatore Romano. È sempre lui, testimoniano le intercettazioni telefoniche, a mettere a posto le carte, disponendo la falsificazione dei Fir che certificavano il conferimento legale dei fanghi prodotti a Cuma alla società specializzata nel trattamento. È sempre lui, dicono le trascrizioni delle telefonate, a seguire l’iter giudiziario delle società consorelle coinvolte in indagini e sequestri. Alla stessa tavola, il gestore del depuratore di Cuma - Raffaele Pianese, arrestato ieri mattina - e un chimico, Michele Staiano. Ma soprattutto gli imprenditori del settore, coloro i quali gestivano gli impianti di compostaggio e le ditte incaricate di trasportare i fanghi di depurazione nei silos, e poi nelle campagne scelte per l’occultamento dei rifiuti che nessuno aveva voluto. Tra questi, i fusti di materiale non identificato di cui si parla in una delle telefonate intercettate. Bidoni, forse provenienti dall’estero, che potrebbero essere sepolti nella zona di Mercato San Severino, dove ieri i carabinieri li stavano ancora cercando. L’indagine individua quattro direttrici lungo le quali avveniva l’attività di smaltimento illegale. La prima riguarda le province di Napoli e di Caserta, dove tutto ruota attorno alla società Naturambiente e all’impianto di depurazione Espeko di Cuma, dove illegalmente finivano i rifiuti delle navi ormeggiate del porto di Napoli, di lidi balneari, degli ospedali. La seconda direttrice riguarda la provincia di Salerno, e passa attraverso la Sorieco di Mercato San Severino: lì avveniva la trasformazione «miracolosa» dei fanghi dei quattro depuratori in compost. La società era stata sequestrata lo scorso anno, nelle more subentra la Frama di Ceppaloni: quella della provincia di Benevento è la terza direttrice. La società rileva e smaltisce (nei terreni e nei fiumi) i rifiuti della «cugina» Sorieco. La quarta direttrice arriva fino alla provincia di Foggia, estensione dei territori inquinati sempre da Sorieco e Frama. 
IL MATTINO 5 LUGLIO 2007

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