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giovedì 25 ottobre 2018

CHERNOBYL, l’epilogo



Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 
31 gennaio 2018

Ore 9.20  In attesa dell’inizio della seconda udienza dibattimentale del cosiddetto processo Chernobyl. La prima “vera” udienza è stata celebrata il 20 ottobre 2017, dopo circa tre anni di rinvii e dopo un cambio della presidenza. Ricordiamo infatti le date: il 9 aprile 2014 la prima udienza non fu celebrata per un difetto di notifica. A questa “prima udienza” si sono succeduti altri otto tentativi di inizio del processo andati a vuoto a causa di vari motivi: altri difetti di notifica, quattro astensioni consecutive degli avvocati penalisti e un allarme bomba (che non sembrava l’unico evento ad orologeria).
Il decimo tentativo non è andato a vuoto e il 20 ottobre 2017 il collegio giudicante decideva di ascoltare, nell’udienza successiva, i testimoni indicati dal pubblico ministero sulla questione legata agli sversamenti illeciti di 980mila tonnellate di rifiuti speciali in varie località delle Campania.

E così si leggerà, nella sentenza definitiva, il lungo elenco dei rinvii, compresa la menzione dell’allarme bomba. Ed è proprio in queste occasioni che si può notare quanto la giustizia sia coraggiosa nel citare questi eventi su atti ufficiali e quanta cura abbia nel ricordare ogni singolo rinvio, con le relative cause.

Con decreto del 25.2.2014 gli imputati sono stati rinviati a giudizio dinanzi a questo tribunale per rispondere dei reati descritti in rubrica.
·         All’udienza del 9.4.2014 si è fatto rinvio per difetto di notifica.
·         All’udienza del 17.12.2014 si è fatto rinvio per difetto di notifica.
·         All’udienza deil’8.4.2015 si è fatto rinvio per difetto di notifica.
·         All’udienza del 12.6.2015 si è fatto rinvio, con l’invito alle parti a depositare memorie.
·         All’udienza dell’i 1.11.2015 si è fatto rinvio per l’impossibilita di tenere udienza, in ragione di un allarme bomba.
·         All’udienza del 20.1.2016 si è fatto rinvio per astensione dalle udienze da parte della classe forense e per difetto di notifica (donde l’impossibilita di considerare il rinvio come sospensivo del termine di prescrizione)’.
·         All’udienza del 25.5.2016 si è fatto rinvio per astensione dalle udienze da parte della classe forense, assenti pero anche i testi (donde l’impossibilita di considerare il rinvio come sospensivo del termine di prescrizione).
·         All’udienza del 18.1.2017 si è fatto rinvio per astensione dalle udienze da parte della classe forense, assenti pero anche i testi (donde l’impossibilita di considerare il rinvio come sospensivo del termine di prescrizione).
·         All’udienza del 24.5.2017 si è fatto rinvio per astensione dalle udienze da parte della classe forense, assenti però anche i testi (donde l’impossibilita di considerare il rinvio come sospensivo del termine di prescrizione).
·         All’udienza del 20.10.2017 è stata disposta l’acquisizione delle consulenze tecniche delle parti.
·         All’udienza del 31.1.2018 dette consulenze sono state materialmente acquisite ed è stato sentito il teste Gennaro MAGNESE.
·         All’udienza del 14.2.2018 le parti hanno formulato le proprie richieste e l’imputato CERINO ha reso spontanee dichiarazioni, quindi il tribunale ha rinviato per l’acquisizione a cura della cancelleria del certificato di morte dell’imputato Gaetano FERRENTINO.
·         All’udienza del 7.3.2018 si è fatto rinvio per sospensione elettorali.
·         All’udienza del 28.3.2018 le parti hanno ribadito le proprie richieste e il tribunale ha emesso sentenza della quale ha dato pubblica lettura.

In mancanza di sospensioni del termine di prescrizione, i reati si sono prescritti alle seguenti date: quello di associazione per delinquere (capo A), contestato fino al 30.5.2007, il 30.2.2016 per capi, promotori e organizzatori e il 30.11.2014 per i meri partecipi; quello di smaltimento illecito di rifiuti (capo B) il 30.11.2014; quello di disastro (capo F) il 30.ll.20l4; per il danneggiamento (capo G) a novembre 2014; idem per il reato di falso (capo H), per quello di frode nelle pubbliche forniture (capo I) e per quello di truffa contestato al capo J; le truffe contestate ai capi L ed M si sono prescritte il 30.11.2014; infine, il reato di violazione di sigilli (capo N) si è estinto ancor prima, a febbraio o a marzo 2014.


Ore 10.00 La prima udienza in calendario riguarda una questione legata allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Ore 10.45 Terminata la parte dedicata allo spaccio di droghe, la seconda udienza dibattimentale del processo Chernobyl può iniziare.

Ore 11.45 Si inizia con il lungo appello: l’elenco degli imputati è lungo, come sappiamo; le parti civili sono rappresentate dai legali di alcuni comuni del Vallo di Diano e del beneventano, di alcune associazioni, tra le quali Legambiente e il Codacons, e dai legali incaricati dalla Provincia di Salerno e dal Ministero dell’Ambiente. Eccolo completo, così come tratto dagli atti:
  • ·         Anpana,
  • ·         Codacons Campania onlus,
  • ·         Coldiretti Campania,
  • ·         Comune di Castelnuovo di Conza,
  • ·         Comune di Montecorvino Rovella,
  • ·         Comune di Sala Consilina,
  • ·         Comune di San Pietro al Tanagro,
  • ·         Comune di San Rufo,
  • ·         Comune di Sant’Arsenio,
  • ·         Comune di Santomenna,
  • ·         Comune di Sassano,
  • ·         Comunità montana Tanagro Alto e Medio Sele,
  • ·         Comunità montana Vallo di Diano,
  • ·         Federconsumatori Campania,
  • ·         Federconsumatori nazionale,
  • ·         Legambiente Campania,
  • ·         Masseria Codanti,
  • ·         Ministero dell’ambiente, difeso dall’Avvocatura dello Stato;
  • ·         Provincia di Salerno,
  • ·         Regione Campania.

A mezzogiorno circa si procede all’interrogatorio, da parte del pubblico ministero, dell’unico teste chiamato a deporre: un maresciallo maggiore del NOE (Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri) che aveva partecipato alle indagini. Già prima della deposizione avevamo assistito a uno scambio di battute tra un avvocato difensore e il presidente del collegio giudicante. Il senso dell’interlocuzione era il seguente. L’avvocato si rivolge al presidente facendo comprendere abbastanza chiaramente che la giustizia italiana potrebbe anche fare a meno di celebrare questi processi per occuparsi di cose ben più importanti e che un’eventuale rapida conclusione dello stesso potrebbe concedere più tempo alla giustizia di perseguire reati gravi.

Si legge poi nella sentenza, in merito alla volontà del pubblico ministero:
All’udienza del 31.1.2018 il pubblico ministero ha espressamente chiesto di limitare l’istruttoria a questo solo reato (a suo avviso non ancora prescritto), nulla opponendo le difese degli imputati (che a tal fine, del resto, avrebbero dovuto rinunciare alla prescrizione).

Tuttavia, nulla faceva presagire quanto era da venire. Nell’interrogazione, infatti, abbiamo sentito distintamente che si faceva riferimento soltanto a rifiuti speciali non pericolosi. E così veniva fedelmente riportato negli atti:

Il teste MAGNESE ha detto che nel corso dell’indagine emersero solo rifiuti speciali non pericolosi, che non furono fatti accertamenti sull’inquinamento di matrici ambientali come acqua,suolo, fiumi, sottosuolo, falde acquifere, ne verifiche sanitarie di tipo epidemiologico su malesseri,malori, malattie, lesioni. Gli unici accertamenti furono fatti dall’Arpac, ma sui campioni di rifiuti,non sulle matrici ambientali.

Intanto, nella richiesta di rinvio a giudizio dei 38 indagati nell’ambito dell’inchiesta denominata Chernobyl condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere tra gennaio 2006 e giugno 2007, in parte riportata nel testo della sentenza, si legge:

… smaltimento illecito di imponenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, allo stato solido, liquido e semiliquido, rifiuti costituiti in particolare da fanghi da depurazione delle acque reflue urbane e sabbie provenienti dal trattamento delle acque reflue, nonché rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli, da ospedali e lidi balneari del litorale domizio, e da una pluralità di fosse settiche di impianti ospedalieri e strutture private, per una quantità di rifiuti illecitamente smaltiti stimabile in circa 980.000 [tonnellate, n. d. r.]  in circa 18 mesi…

e ancora

venivano smaltiti illegalmente fanghi tossici…fanghi assolutamente pericolosi in quanto rifiuti speciali da smaltire in discarica…   

È poi vero che la stessa Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, il 16 agosto del 2007, spediva ai sindaci dei Comuni, nei quali ricadevano i terreni interessati dagli sversamenti, una comunicazione in cui si chiedeva alle Amministrazioni competenti di intervenire. Il testo della missiva viene di seguito testualmente riprodotto.

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Procura della Repubblica
Santa Maria Capua Vetere

Quest’Ufficio accertava smaltimenti illeciti di imponenti quantitativi di rifiuti su aree, terreni e fondi agricoli in numerosi comuni della Regione Campania e Puglia, attività criminali messe in atto da un’articolata e pericolosa organizzazione criminale stabilmente dedita alla perpetrazione di numerosissimi reati ai danni dell’ambiente, nonché di truffa a pubbliche amministrazioni.
Ai sensi degli artt. 197, 239, 245 e 305 e segg. del D. Lgs. 152/06, la presente vale come richiesta di interventi da parte delle Amministrazioni competenti, attesa l’estrema pericolosità derivante dalle attività criminali accertate in tema, in particolare, di smaltimenti illeciti di rifiuti.
Tanto si comunica per quanto di competenza; in attesa di riscontro alla presente si porgono distinti saluti.

S. Maria C. V. 16/08/2007

Il Sostituto Procuratore                                                           Il Procuratore della Repubblica    

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Con questa testimonianza e con la decisione, da parte del pubblico ministero, di non ascoltare altri testi, si poteva già ipotizzare l’esito del processo, ossia che si stava andando verso la prescrizione (tutti i reati contestati, tranne quello di disastro ambientale sono prescritti: tra i capi di imputazione ricordiamo quello di distruzione e deturpamento delle bellezze naturali). Così come un avvocato difensore aveva poi fatto notare in aula, si poteva già ipotizzare che il capo di imputazione di disastro ambientale non sussistesse. In questo modo, con la conclusione rapida del processo nell’interesse dell’amministrazione della giustizia, si avrebbe avuto più tempo per affrontare questioni di ben più grave portata. Pertanto, il 14 febbraio 2018 (giorno degli innamorati) si sarebbe potuto prendere atto che 980mila tonnellate di rifiuti illecitamente smaltiti non costituiscono un danno così ingente per l’ambiente da dar luogo a un cosiddetto “disastro ambientale”. Tanto più che il solo teste interrogato, alla domanda da parte del pubblico ministero se risultasse che questi sversamenti avessero prodotto dei danni alla salute dei cittadini, aveva prontamente risposto che ciò non risultava. Tuttavia, così come riportato prima, non sono stati fatti studi epidemiologici. Ed è bene leggere, ancora una volta, le parole riportate nella sentenza:

Il teste MAGNESE ha detto che nel corso dell’indagine emersero solo rifiuti speciali non pericolosi, che non furono fatti accertamenti sull’inquinamento di matrici ambientali come acqua, suolo, fiumi, sottosuolo, falde acquifere, né verifiche sanitarie di tipo epidemiologico su malesseri, malori, malattie, lesioni. Gli unici accertamenti furono fatti dall’Arpac, ma sui campioni di rifiuti, non sulle matrici ambientali.

 In conclusione dell’udienza un avvocato chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.
        
Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 
14 febbraio 2018

Si può ascoltare la requisitoria del pubblico ministero che ricalca i timori da noi espressi in un comunicato del giorno 1 febbraio 2018: si chiede l’assoluzione per il solo capo d’imputazione sopravvissuto agli undici lunghi anni dalla chiusura delle indagini, ossia, il disastro ambientale (tutti gli altri reati contestati sono già prescritti). Si prende effettivamente in considerazione il fatto che, non esistendo un impianto accusatorio solido, le 980mila tonnellate di rifiuti illecitamente smaltiti non dovrebbero costituire un danno così ingente per l’ambiente da dar luogo a un cosiddetto “disastro ambientale”. In ogni caso il pubblico ministero chiede al presidente di inoltrare ai comuni interessati dagli sversamenti una richiesta di intervento, per la salvaguardia della salute dei cittadini. Nella sentenza, in merito a questa richiesta, venuta poi anche da pare di alcune parti civili, così si legge:

Essendo i reati tutti prescritti, non può darsi corso alla richieste delle parti civili di disporre perizia sui terreni per verificare se il reato ambientale sia o meno avvenuto o il relativo pericolo si sia o meno prodotto, non essendo giuridicamente possibile compiere ulteriori atti istruttori su illeciti ormai estinti. Peraltro, nel caso di specie si tratterebbe, più che di un atto istruttorio, di un vero e proprio atto di indagine, in quanto tale spettante al pubblico ministero, e difficilmente compatibile con la terzietà propria alla magistratura giudicante. Ciò in quanto, non essendo la chiesta verifica stata fatta in precedenza da alcuna delle parti (con l’eccezione di quella disposta per conto dell’imputato CERINO su una sola delle aree oggetto delle imputazioni), la perizia non avrebbe il compito di stabilire quale attendibilità abbiano indagini già svolte dalle parti processualmente contrapposte, bensì di andare a ricercare per la prima volta ed ex novo elementi processualmente utili: ed è evidente che una siffatta ricerca — a fronte della assoluta assenza allo stato di elementi a carico degli imputati — sarebbe suscettibile di modificare l’attuale situazione probatoria solo ed esclusivamente a danno degli imputati (e qui cade quanto si diceva a proposito della inevitabile perdita di terzietà all’esito di un siffatto intervento).
Infine, ognun vede l’impossibilità di verificare lo stato di terreni a distanza di molti anni dai fatti dedotti in imputazione e di attribuirne eventuali modificazioni alle predette condotte anziché di possibili eventi sopravvenuti. Tanto premesso, prima di passare all’esame del merito delle accuse, va chiarito che una piena istruttoria è stata svolta solo per il reato descritto al capo F, del quale è evidente l’insussistenza, posto che il teste MAGNESE ha chiarito che i rifiuti erano speciali ma non pericolosi e che non furono fatti accertamenti sui terreni.

Dopo il clamore sullo smaltimento dei rifiuti in Campania, dovuta all’inchiesta di Fanpage, forse l’opinione pubblica potrà finalmente trovare un momento di conforto rispetto ai fatti legati ai processi quali, ad esempio, il processo Cassiopea. Potranno così essere smentiti, almeno in questo caso, i toni allarmistici della brava giornalista Rosaria Capacchione che in un suo articolo su Il Mattino del 5 luglio 2007 così esordiva: «Rifiuti tossici, Campania come Chernobyl». Sottotitolo: Smaltimento fuorilegge dei fanghi, scorie utilizzate come concime: 38 arresti, sequestrati 4 depuratori. Infatti, le inchieste e i successivi processi denominati Cassiopea e Chernobyl non possono essere considerati alla stessa stregua. Nonostante il fatto che entrambi i processi siano stati incardinati– inizialmente – a Santa Maria Capua Vetere, a seguito del rinvio a giudizio di due diversi gruppi di persone che si occupavano di smaltimento di rifiuti. Tanti rifiuti, a leggere le carte della Procura. E nononstante il fatto che il capo di imputazione più grave in entrambi i processi sia proprio il disastro ambientale (prescrizione: 12 anni). Per Cassiopea, infatti, le indagini si chiudono nel 2001 e il processo da Santa Maria Capua Vetere viene spostato a Napoli per un’eccezione della difesa. Dal Tribunale di Napoli il processo viene poi di nuovo trasferito a Santa Maria Capua Vetere, dove si estingue nel 2013.
Per Chernobyl non è così. Dopo 11 anni, infatti, c’è una richiesta di assoluzione a Salerno, dove il processo è stato trasferito da Santa Maria Capua Vetere. Dal giorno in cui verrà letta in aula la sentenza, sarà quindi possibile far nascere un nuovo futuro fatto di consapevolezza, di sostenibilità dei processi produttivi, di rispetto per l’uomo e per l’ambiente, e di partecipazione vera ai processi democratici del Paese.
La seduta del 14 febbraio si conclude con un avvocato delle parti civili che richiede che si effettui un’indagine sui terreni ancora sottoposto a sequestro. Un altro avvocato di parte civile fa presente l’incongruenza tra quanto affermato dall’unico teste e quanto riportato nella richiesta di rinvio a giudizio dei 38 indagati. Si dà infine la parola a uno degli imputati il quale, dopo essersi professato innocente, dichiara in aula di aver fatto eseguire analisi del sangue ai suoi vicini di casa e parenti: stanno tutti bene. Il solito avvocato difensore chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.


Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 
7 marzo 2018

Si è votato da pochi giorni. Gli Italiani hanno chiesto un cambiamento di rotta alla politica italiana. Arriviamo in aula con tanti scatoloni disseminati qua e là: le nostre schede elettorali. La volontà del popolo italiano è ben custodita in quelle scatole, mi dico. In scatole simili, per anni, sono state custodite le ossa dei Trecento a Padula. Erano scatole di cartone e la stampa si era interessata a quella vicenda, legata a lla Storia della nostra nazione. La lettura della sentenza è rinviata, per l’acquisizione di un certificato di morte di uno degli imputati, al 28 marzo 2018.  


Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 
28 marzo 2018

Ore 14:00 circa  Dopo una camera di consiglio che dura poco più di mezz’ora si può ascoltare la sentenza, letta dal presidente del collegio giudicante. In sintesi: capo d’imputazione f) disastro ambientale: assoluzione perché il fatto non sussiste;  per gli altri capi d’imputazione: non si deve procedere per avvenuta prescrizione. Tutto come previsto. Il solito avvocato chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli. E lo ottiene, finalmente. Infatti, si leggerà nella sentenza: I beni in sequestro vanno restituiti agli aventi diritto.

Infine, un estratto della parte finale della sentenza pronunciata in nome del popolo italiano lo stesso giorno:

… il tribunale, visto l’articolo 530 c.p.p. assolve … [nomi degli imputati] … dal reato loro ascritto al capo F della rubrica perché il fatto non sussiste; e visto l’articolo 531 c.p.p. dichiara non doversi procedere nei confronti di … [nomi degli imputati] … in ordine ai restanti reati loro rispettivamente ascritti perché estinti per prescrizione…
Restituzione agli aventi diritto dei beni in sequestro.
Così deciso a Salerno il 28 marzo 2018.

domenica 6 maggio 2018

La nuova questione meridionale

Non è stato sufficiente l’esempio tenace di Gaetano Salvemini (1873-1957) nel prescrivere, per le “tre malattie” dell’Italia meridionale, i rimedi che riteneva più appropriati per l’epoca storica in cui egli visse. Avendone menzionato il numero, elenchiamo anche le caratteristiche di queste malattie secondo l’illustre meridionalista.

La prima, che Salvemini non reputava un privilegio del solo Meridione, ma che era comune anche al resto dell’Italia, potrebbe essere riassunta come una tendenza all’oppressione economica delle classi sociali più indifese da parte di uno Stato “accentratore, distruttore, divoratore”. Per dirla con le stesse parole di Salvemini: “… è la malattia dello Stato, il quale, divenuto mancipio di un pugno di affaristi e di parassiti, deve opprimere con un sistema tributario selvaggio tutte quelle classi, che non prendono parte al mercimonio tra potere esecutivo e maggioranze parlamentari…”[1]    

La seconda, in natura simile alla prima, è dovuta alla subalternità economica dell’Italia meridionale rispetto all’Italia settentrionale. Leggere le chiare parole del Salvemini farebbe bene a molti: “La spedizione garibaldina fu per la maggior parte dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria. Il Napoletano e la Sicilia non  avevano debiti, quando entrarono a far parte dell’Italia una; e la unità del bilancio nazionale ebbe gl’effetti di obbligare i meridionali a pagare gl’interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell’unità e fatti quasi tutti per scopi che per l’unità nulla avevano a che fare.”[2] Illuminante il passaggio seguente: “Questa seconda malattia potrebb’essere da un osservatore superficiale confusa facilmente con la prima; ed ha in realtà con quella molti punti di contatto. Infatti, è la macchina dello Stato quella che serve a riversare la ricchezza meridionale sul Settentrione…”[3]

La terza, per la quale il Salvemini afferma che “non c’entrano né il clima né la razza; le cause sono esclusivamente sociali...”, è individuata nella “ struttura sociale semifeudale, che è di fronte a quella borghese dell’Italia settentrionale un anacronismo…”[4]
Per la cura di queste malattie Salvemini condivide, con gli intellettuali dell’epoca, rimedi semplici nell’enunciato: “L’Italia meridionale ha bisogno di un Governo che non la opprima sotto il peso delle imposte, e quindi è necessario che tutta la politica italiana si riformi; ha bisogno di un Governo, che segua una politica di giustizia distributiva e non aggravi la mano sul Mezzogiorno a favore dell Settentrione; è necessario che venga rispettata la giustizia nelle relazioni tra proprietari e lavoratori…”[5]     

Salvemini, tuttavia, nel suo scritto del 1900, si mostrava scettico nella capacità dello Stato dell’epoca di dare un Governo siffatto all’Italia post-unitaria. Egli allora, pur condividendo quanto c’era da fare per la risoluzione della questione meridionale, si chiedeva quanto segue: “C’è nell’Italia meridionale un punto d’appoggio, su cui si possa far leva per sollevare il mondo sociale? O, in altre parole, c’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? e quali sono le persone che lo comporranno?”[6]   

Prima di avventurarci nell’ardita tesi che dal 4 marzo scorso la questione meridionale è rinata in parte sotto le vesti descritte da Salvemini, in parte con caratteristiche del tutto inedite, vorremmo premettere che non abbiamo la pretesa di indicare percorsi economico-sociali che portino alla soluzione della questione stessa. Questo compete a quel partito riformista indicato da Gaetano Salvemini. Infatti, esso, nel caso divenisse l’ossatura di un futuro Governo, dovrà realizzare ciò che una parte della classe intellettuale sapeva da anni, per dare risposte concrete ai cittadini del Mezzogiorno d’Italia.


Dal quadro che esce fuori dalle urne, dopo le ultime consultazioni, l'industrializzato Nord ha rinsaldato il proprio legame politico con le forze di una destra che è nettamente diversa da quella a maggioranza berlusconiana. D’altro canto, il voto compatto dell’intero Meridione per una forza di opposizione alle politiche economiche e sociali del precedente (e ancora attuale) Governo, non lascia alcun dubbio sul fatto che i cittadini del Sud abbiano ormai preso coscienza delle “tre malattie”, i cui sintomi sono la sofferenza provocata dalla stretta sui conti pubblici (trasporti, sanità e servizi sociali) e della crisi del lavoro. Questa tenaglia socio-economica, sommata all’esposizione continua delle popolazioni del Meridione alla barbarie della criminalità organizzata, ha ingenerato una risposta molto diffusa, nelle classi sociali più diverse, nei confronti dei partiti che, pur potendo agire – per tradizione politica – nella direzione indicata da Salvemini, hanno preferito gestire il potere in modo clientelare e, a volte, addirittura familistico. Il voto corale non lascia alcun dubbio sul fatto che il Sud abbia voluto individuare una possibile risposta al quesito posto da Salvemini. Il Movimento destinatario del consenso e le altre forze politiche che, nella loro tradizione riformista, avrebbero potuto concorrere a mettere in atto dei rimedi efficaci per il “malato” Meridione sono ancora in tempo a decodificare la vera natura di questi segnali. Pertanto, quello che oggi viene definito uno “stallo” politico, in realtà potrebbe essere solo la conseguenza di una mancata corretta analisi della portata sociale della distribuzione geografica del voto. La stessa distribuzione che, secondo il parere di chi scrive, ripropone ancora una volta, con forza, l’importante domanda di Gaetano Salvemini:  
 
C’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? e quali sono le persone che lo comporranno?”


[1] G. Salvemini, Scritti sulla questione meridionale (Einaudi, Torino, 1955)
[2] Ibidem
[3] Ibidem
[4] Ibidem
[5] Ibidem
[6] Ibidem

sabato 7 aprile 2018

Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16): una breve cronaca giudiziaria



Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 31 gennaio 2018

Ore 9.20  In attesa dell’inizio della seconda udienza dibattimentale del cosiddetto processo Chernobyl. La prima “vera” udienza è stata celebrata il 20 ottobre 2017, dopo circa tre anni di rinvii e dopo un cambio della presidenza. Ricordiamo infatti le date: il 17 dicembre 2014 la prima udienza non fu celebrata per un difetto di notifica. A questa “prima udienza” si sono succeduti altri nove tentativi di inizio de lprocesso andati a vuoto a causa di vari motivi: altri difetti di notifica, astensioni degli avvocati penalisti e un allarme bomba (che sembrava quasi ad orologeria).

Il nono tentativo non è andato a vuoto e il 20 ottobre 2017 il collegio giudicante decideva di ascoltare, nell’udienza successiva, i testimoni indicati dal pubblico ministero sulla questione legata agli sversamenti illeciti di 980mila tonnellate di rifiuti speciali in varie località delle Campania.

Ore 10.00 La prima udienza in calendario riguarda una questione legata allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Ore 10.45 Terminata la parte dedicata allo spaccio di droghe, la seconda udienza dibattimentale del processo Chernobyl può iniziare.

Ore 11.45 Si inizia con il lungo appello: l’elenco degli imputati è lungo, come sappiamo; le parti civili sono rappresentate dai legali di alcuni comuni del Vallo di Diano e del beneventano, di alcune associazioni, tra le quali Legambiente e il Codacons, e dai legali incaricati dalla Provincia di Salerno e dal Ministero dell’Ambiente.

A mezzogiorno circa si procede all’interrogatorio, da parte del pubblico ministero, dell’unico teste chiamato a deporre: un maresciallo maggiore del NOE (Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri) che aveva artecipato alle indagini. Già prima della deposizione avevamo assistito a uno scambio di battute tra un avvocato difensore e il presidente del collegio giudicante. Il senso dell’interlocuzione era il seguente. L’avvocato si rivolge al presidente facendo comprendere abbastanza chiaramente che la giustizia italiana potrebbe anche fare a meno di celebrare questi processi per occuparsi di cose ben più gravi e che un’eventuale rapida conclusione dello stesso potrebbe concedere più tempo alla giustizia di perseguire reati gravi. Ma nulla faceva presagire quanto era da venire.

Nell’interrogazione abbiamo sentito distintamente che si faceva riferimento soltanto a rifiuti speciali non pericolosi ed esclusivamente alla matrice liquida. Intanto, nella richiesta di rinvio a giudizio dei 38 indagati nell’ambito dell’inchiesta denominata Chernobyl condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere tra gennaio 2006 e giugno 2007, si legge:

… smaltimento illecito di imponenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, allo stato solido, liquido e semiliquido, rifiuti costituiti in particolare da fanghi da depurazione delle acque reflue urbane e sabbie provenienti dal trattamento delle acque reflue, nonché rifiuti liquidi provenienti dal porto di Napoli, da ospedali e lidi balneari del litorale domizio, e da una pluralità di fosse settiche di impianti ospedalieri e strutture private, per una quantità di rifiuti illecitamente smaltiti stimabile in circa 980.000 [tonnellate, n. d. r.]  in circa 18 mesi…

e ancora

venivano smaltiti illegalmente fanghi tossici…fanghi assolutamente pericolosi in quanto rifiuti speciali da smaltire in discarica…   

È poi vero che la stessa Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, il 16 agosto del 2007, spediva ai sindaci dei Comuni, nei quali ricadevano i terreni interessati dagli sversamenti, una comunicazione in cui si chiedeva alle Amministrazioni competenti di intervenire. Il testo della missiva viene di seguito testualmente riprodotto.

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Procura della Repubblica
Santa Maria Capua Vetere

Quest’Ufficio accertava smaltimenti illeciti di imponenti quantitativi di rifiuti su aree, terreni e fondi agricoli in numerosi comuni della Regione Campania e Puglia, attività criminali messe in atto da un’articolata e pericolosa organizzazione criminale stabilmente dedita alla perpetrazione di numerosissimi reati ai danni dell’ambiente, nonché di truffa a pubbliche amministrazioni.
Ai sensi degli artt. 197, 239, 245 e 305 e segg. del D. Lgs. 152/06, la presnete vale come richiesta di interventi da parte delle Amministrazioni competenti, attesa l’estrema pericolosità derivante dalle attività criminali accertate in tema, in particolare, di smaltimenti illeciti di rifiuti.
Tanto si comunica per quanto di competenza; in attesa di riscontro alla presente si porgono distinti saluti.

S. Maria C. V. 16/08/2007

Il Sostituto Procuratore                                                                      Il Procuratore della Repubblica    

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Con questa testimonianza e con la rinuncia da parte del pubblico ministero ad ascoltare altri testi, si poteva già ipotizzare l’esito del processo, ossia che si stava andando verso la prescrizione (tutti i reati contestati, tranne quello di disastro ambientale sono prescritti: tra i capi di imputazione ricordiamo quello di distruzione e deturpamento delle bellezze naturali). Così come un avvocato difensore aveva poi fatto notare in aula, si poteva già ipotizzare che il capo di imputazione di disastro ambientale non sussistesse. In questo modo, con la conclusione rapida del processo nell’interesse dell’amministrazione della giustizia, si avrebbe avuto più tempo per affrontare questioni di ben più grave portata. Pertanto, il 14 febbraio 2018 (giorno deggli innamorati) si sarebbe potuto prendere atto che 980mila tonnellate di rifiuti illecitamente smaltiti non costituiscono un danno così ingente per l’ambiente da dar luogo a un cosiddetto “disastro ambientale”. Tanto più che il solo teste interrogato, alla domanda da parte del pubblico ministero se risultasse che questi sversamenti avessero prodotto dei danni alla salute dei cittadini, aveva prontamente risposto che ciò non risultava. Saranno quindi stati fatti studi epidemiologici i cui risultati sono davvero confortanti e di cui non siamo mai venuti a conoscenza. Intanto un avvocato chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.
        
Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 14 febbraio 2018

Si può ascoltare la requisitoria del pubblico ministero che ricalca i timori da noi espressi in un comunicato del giorno 1 febbraio 2018: si chiede l’assoluzione per il solo capo d’imputazione sopravvissuto agli 11 lunghi anni dalla chiusura delle indagini, ossia, il disastro ambientale (tutti gli altri reati contestati sono già prescritti). Si prende effettivamente in considerazione il fatto che, non esistendo un impianto accusatorio solido, le 980mila tonnellate di rifiuti illecitamente smaltiti non dovrebbero costituire un danno così ingente per l’ambiente da dar luogo a un cosiddetto “disastro ambientale”. In ogni caso il pubblico ministero chiede al presidente di inoltrare ai comuni interessati dagli sversamenti una richiesta di intervento, per la salvaguardia della salute dei cittadini.

Dopo il clamore sullo smaltimento dei rifiuti in Campania, dovuta all’inchiesta di Fanpage, forse l’opinione pubblica potrà finalmente trovare un momento di conforto rispetto ai fatti legati ai processi quali, ad esempio, il processo Cassiopea. Potranno così essere smentiti, almeno in questo caso, i toni allarmistici della brava giornalista Rosaria Capacchione che in un suo articolo su Il Mattino del 5 luglio 2007 così esordiva: «Rifiuti tossici, Campania come Chernobyl». Sottotitolo: Smaltimento fuorilegge dei fanghi, scorie utilizzate come concime: 38 arresti, sequestrati 4 depuratori. Infatti, le inchieste e i successivi processi denominati Cassiopea e Chernobyl non possono essere considerati alla stessa stregua. Nonostante il fatto che entrambi i processi siano stati incardinati– inizialmente – a Santa Maria Capua Vetere, a seguito del rinvio a giudizio di due diversi gruppi di persone che si occupavano di smaltimento di rifiuti. Tanti rifiuti, a leggere le carte della Procura. E nononstante il fatto che il capo di imputazione più grave in entrambi i processi sia proprio il disastro ambientale (prescrizione: 12 anni). Per Cassiopea, infatti, le indagini si chiudono nel 2001 e il processo da Santa Maria Capua Vetere viene spostato a Napoli per un’eccezione della difesa. Dal Tribunale di Napoli il processo viene poi di nuovo trasferito a Santa Maria Capua Vetere, dove si estingue nel 2013. Per Chernobyl non è così. Dopo 11 anni, infatti, c’è una richiesta di assoluzione a Salerno, dove il processo è stato trasferito da Santa Maria Capua Vetere. Dal 7 marzo 2018, giorno in cui verrà letta in aula la sentenza, sarà quindi possibile far nascere un nuovo futuro fatto di consapevolezza, di sostenibilità dei processi produttivi, di rispetto per l’uomo e per l’ambiente, e di partecipazione vera ai processi democratici del Paese. Pur tuttavia, un avvocato delle parti civili richiede che si effettui un’indagine sui terreni ancora sottoposto a sequestro. Un altro avvocato di parte civile fa presente l’incongruenza tra quanto affermato dall’unico teste e quanto riportato nella richiesta di rinvio a giudizio dei 38 indagati. Si dà infine la parola a uno degli imputati il quale, dopo essersi professato innocente, dichiara in aula di aver fatto eseguire analisi del sangue ai suoi vicini di casa e parenti: stanno tutti bene. Il solito avvocato difensore chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.

Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 7 marzo 2018

Si è votato da pochi giorni. Gli Italiani hanno chiesto un cambiamento di rotta alla politica italiana. Arriviamo in aula con tanti scatoloni disseminati qua e là: le nostre schede elettorali. La volontà del popolo italiano è ben custodita in quelle scatole, mi dico. In scatole simili, per anni, sono state custodite le ossa dei Trecento a Padula. La lettura della sentenza è rinviata, per l’acquisizione di un certificato di morte di uno degli imputati, al 28 marzo 2018.  

Repubblica Italiana, Tribunale di Salerno (aula 16), 28 marzo 2018
 
Ore 14:00 circa  Dopo una camera di consiglio che dura poco più di mezz’ora si può ascoltare la sentenza, letta dal presidente del collegio giudicante. In sintesi: capo d’imputazione f) disastro ambientale: assoluzione perché il fatto non sussiste; capi d’imputazione a), b), c) d), e): non si deve procedere per avvenuta prescrizione. Tutto come previsto. Il solito avvocato chiede il dissequestro di tutti i terreni agricoli.

sabato 13 gennaio 2018

I rischi di un unanimismo territoriale

Come non condividere le parole del giornalista Sorrentino nell'editoriale del 12-01-2018 sulle “fritture e fratture” nel Vallo di Diano. Il titolo stesso è un elogio al vuoto spinto che permea l’azione politica locale (che parola grossa!) mirata, quasi esclusivamente, all'occupazione di poltrone, piccole o grandi che siano. Come non condividere il senso di smarrimento di un cittadino, che fa proprio lo scoramento dei propri conterranei di fronte a una realtà che emana un rancido olezzo di cucinato da qui alle Alpi.
 
Esistono, però, fatti che molti operatori dell’informazione non possono dire, vuoi per pudore, vuoi per una mera questione di legittimo impedimento.

La prima cosa da raccontare è che una parte delle testate giornalistiche locali viene direttamente o indirettamente finanziata dalle banche del comprensorio. In pratica, nel tempo, ciascuna delle maggiori realtà economiche locali ha trovato un suo proprio canale informativo. È giusto questo, oppure no? Potrei solo esprimere un’opinione in merito. Grazie a questo intervento “bancario” il cittadino comune ha avuto la possibilità, a fronte di ostracismi più o meno velati messi in atto da una parte dell’informazione, di trovare accoglienza presso testate non ostili a una visione critica degli eventi che, nel bene o nel male, accadono nel Vallo di Diano.

Esiste poi un altro fenomeno. Almeno due parti politiche, e mi riferisco ai poli maggiori del passato, trovano e hanno trovato una stampella (chiaramente un eufemismo) nelle testate locali. Anche qui nulla di male, sempre che il cittadino medio sia poi in grado di leggere in chiaro dietro le sigle. Eppure, pensare che l’informazione locale sia così banalmente polarizzata su due fronti è un errore. Esistono realtà dinamiche dove, nonostante le influenze editoriali, le notizie scomode riescono ancora a venire a galla. E, per fortuna, esistono professionisti dell’informazione che riescono a mantenersi al di fuori di meschini giochi di potere e lontani dalle eminenze grigie che hanno semplicemente retto il moccolo mentre un’intera classe dirigente portava avanti la sistematica devastazione socio-economica della vallata.

Questa lunga premessa era necessaria per introdurre il discorso sulla rappresentanza e sul tema dell’esclusione del Vallo di Diano dai giochi che contano. Qualcuno, nel discutere di ciò, si riferisce meramente ai fiumi di miele dorato che scorrono dal centro alla periferia e che sfuggono all'ingordigia di alcuni amministratori locali; altri, come nel caso di Sorrentino, pensano – giustamente - a tutte le occasioni mancate per rilanciare il territorio a livello provinciale, regionale e nazionale. E così, vorrei proporre una visione alquanto diversa, concentrandomi, se possibile, sulla qualità politica della rappresentanza.

Infatti, in passato si è discusso molto di questo fenomeno: l’eccessiva frammentazione rischia di lasciare il territorio senza una rappresentanza politica a livelli più alti. Sull'opportunità di questa discussione non c’è nulla da dire. Tuttavia, quando Sorrentino si riferisce alle “lezioni del passato”, dimentica di citare protagonisti e situazioni. E partiamo dall'esperienza più recente: le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale del 2015. Su questa esperienza credo di avere titolo alla parola, in quanto candidato per “Sinistra al Lavoro”, una formazione embrionale che – almeno a livello regionale – vedeva la partecipazione di movimenti, associazioni e forze politiche di sinistra a un progetto unitario di difesa dei diritti, a cominciare dal diritto al lavoro. Esperienza non riuscita, anche per una percepita disaffezione generalizzata nei confronti della politica e per la presenza monopolizzante di due caravanserragli che contavano decine di liste al proprio interno, con un’allegra pletora di candidati, locali e non locali. Nessun rappresentante del M5S, che pure si stava proponendo, a livello nazionale, come forza di opposizione. Le ragioni di questa diserzione sarebbero tutte da indagare, ma non è questo il luogo.

Proprio di recente, un noto esponente dell’informazione locale, pur riconoscendo la validità delle battaglie portate avanti in nome della dignità di cittadinanza degli abitanti del Vallo di Diano, ha addebitato anche a me la colpa della corsa alla candidatura, come se anch'io avessi contribuito alla più che voluta confusione dei due caravanserragli.

Nulla di più falso. Se l’unitarietà bisognava cercare, essa andava cercata all'interno dei due ammassi globulari del potere politico imperante, lasciando fuori chi legittimamente proponeva, coerentemente, una visione diversa della realtà e un approccio diverso alla risoluzione dei tanti problemi che ancora oggi affliggono il territorio. La candidatura avveniva in assenza di proposte locali da parte del M5S, dato non trascurabile per molti aspetti, così come accennato sopra.

Nulla di più falso, poiché molte candidature non erano frutto d’impegno, sulla base del quale si andava a chiedere un consenso, ma mere speranze di messe di voti. E qui andrebbe fatta, per non offendere l’intelligenza dei cittadini, una distinzione chiara tra voto e consenso, ma non è questo il luogo.

Nulla di più falso, perché chi era stato più volte sollecitato alla candidatura aveva più volte declinato l’invito, indicando altre persone, ugualmente degne, a sostenere il condivisibile progetto politico. Solo davanti al rifiuto di molti, nell'imminenza della competizione elettorale, la stessa persona ha accettato un sacrificio personale per dare la possibilità ai cittadini del Vallo di Diano di avere un quadro di insieme della realtà e una visione futura diversi da quanto prospettato (un verbo impropriamente usato) dai candidati locali dei due caravanserragli. Ho parlato di sacrificio personale. Infatti, secondo l’ordinamento tuttora vigente, avrei potuto chiedere e ottenere un congedo retribuito di un mese per effettuare la campagna elettorale. Tuttavia, le lezioni del secondo semestre erano giunte a un punto tale che affidare decine e decine di studenti a un secondo valido docente mi sembrava un pegno troppo alto da far pagare a dei giovani che con impegno si dedicano allo studio delle materie scientifiche. Cosicché, ho svolto regolarmente le mie mansioni lavorative e la sera ho dedicato il mio tempo residuo alle piazze (per lo più vuote), così come documentato da Lorenzo Peluso in un suo articolo-testimonianza della campagna elettorale del 2015. Ma perché le piazze? Perché l’agorà è il luogo d’incontro democratico. Non la camarilla del potere o il filo del telefono o la piazza virtuale. L’incontro vero (o anche lo scontro democratico, se necessario) dovrebbe avvenire nelle piazze, quelle opportunamente evitate da una parte politica (non troverebbero una piena spiegazione le campagne elettorali invernali, altrimenti). Anche il cittadino disaffezionato ha abbandonato la piazza, perché spinto a pensare che non esista più una valenza politica del luogo e che l’informazione (cartacea, catodica, o telematica) sia sufficiente a dissipare qualsiasi dubbio sulle ragioni dei candidati. Nulla di più falso.

E qui s’innesta anche il discorso di una sorta di black-out editoriale portato avanti da tutte le testate giornalistiche locali durante la campagna elettorale. L’unico confronto tra la pletora di candidati degli schieramenti dominanti e il sottoscritto è avvenuto, molto in sordina, a Padula, per merito di alcuni giovani che – nonostante l’encomiabile (neutra) iniziativa – hanno puntualmente disertato le piazze. Era il 24 maggio 2015, una data tristemente evocativa.


Consapevole che questi lunghi e noiosi scritti non possono trovare posto, anche per la riconosciuta scomoda natura, nelle prime file delle notizie, ricoperte opportunamente dalle cronache delle faide politiche locali, vorrei ugualmente dare un contributo di verità, qualora questa possa ancora essere riconosciuta come tale. E vorrei, infine, pensare che queste siano le vere lezioni del passato da imparare. Ossia, che si riesca a distinguere nel futuro – nonostante gli imposti black-out editoriali – chi fa dell’impegno sociale una bandiera e chi è alla ricerca di un’ennesima comoda poltrona. Si possa comprendere che la politica non è solo interesse locale, ma anche visione (seppure di parte) del passato, del presente e del futuro. Anzi, proprio nel non dare diritto di parola alle minoranze – in nome di una proclamata unità di intenti (quale?) – si rischia di far regredire il territorio su posizioni ancora più arretrate (se possibile). Che l’unità vada ricercata negli agglomerati politici omogenei, poi, deve essere un fatto da ricordare, così come giustamente fa Sorrentino. Altrimenti si rischia di propugnare un unanimismo che non esiste nemmeno tra i notabili politici (mi si perdoni l’evidente incapacità di trovare forme linguistiche più idonee) del posto, così come lo stesso Sorrentino ha dimostrato. Oppure, ancor più pericolosamente, si rischia di affidare la rappresentanza politica di un intero comprensorio a uno o più personaggi che, singolarmente presi, potrebbero a malapena rappresentare se stessi in un’assemblea condominiale, seppure poco affollata.