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domenica 13 aprile 2014

Proposte per il rilancio del comparto agricolo

Si riporta di seguito l'intervento del dott. Salvatore Gasparro al Focus Group per una proposta di piano di sviluppo per il Vallo di Diano.

Si ringrazia il dott. Gasparro per la cortese collaborazione.


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PADULA
FOCUS GROUP del 10-04-2014

RELAZIONE PROPOSITIVA SULLE TEMATICHE
AGRICOLTURA-AMBIENTE-ENERGIA
SISTEMI PRODUTTIVI E LAVORO


Il Relatore delegato da CODACONS (Vallo di Diano)
Dott. Salvatore Gasparro.



Il Codacons, da sempre impegnato nella tutela dei consumatori e dell’ambiente, ritiene che qualsiasi forma di sviluppo innanzitutto debba essere ecocompatibile, pertanto, tutti gli sforzi e le idee dovrebbero concentrarsi nel gettare basi in contemporanea sia per la tutela ambientale che per lo sviluppo economico locale seguendo un ordine logico che vada dall’analisi della vocazione produttiva territoriale a strategie di sviluppo che mantengano inalterato il rapporto ambiente-sviluppo (progresso e sviluppo economico perderebbero la loro efficacia se si riduce la vivibilità del territorio).
Anello di congiunzione tra ambiente è sviluppo economico, data la vocazione territoriale del Vallo di Diano, è svolto dalle attività agricole e zootecniche.
La situazione attuale purtroppo vede questo tipo di attività nel Vallo di Diano bloccata e in continuo regresso per una serie di lacune all’interno della filiera agricola:
a) Assenza di ricambio generazionale;
b) Utilizzo spesso di tecniche colturali e metodologie obsolete ed antieconomiche (con sole poche eccezioni).
c) Assenza di infrastrutture propedeutiche e di supporto alle attività agro-zootecniche ed agroindustriali .

Azioni correttive che si dovrebbero  mettere urgentemente  in campo:

1) La formazione.
L’offerta di formazione in campo agricolo deve partire in primis dal potenziamento della qualità delle scuole superiori dando la giusta IMPORTANZA e DIGNITA’ agli Istituti Professionali di Stato. L’attuale Istituto Professionale di Stato per  L’Agricoltura e L’Ambiente con sede a Sala Consilina deve essere sostenuto e potenziato da tutti gli Enti territoriali che si occupano di agricoltura ed ambiente, deve essere messo nelle condizioni di offrire oltre ad attività didattiche teoriche molte più attività pratiche, si potrebbe persino pensare di avviare una vera e propria “azienda agro-zootecnica” e di trasformazione all’interno dello stesso Istituto i cui proventi potrebbero autofinanziare la didattica e la ricerca stessa.
L’istituto non dovrebbe essere visto come semplice mezzo di didattica, tutt’altro, dovrebbe essere utilizzato anche come strumento di sperimentazione, ricerca e sviluppo di supporto alle varie attività ed aziende agricole, dovrebbe essere supportato dai vari enti territoriali in attività di propagazione e miglioramento genetico delle specie orticole proprie di questo territorio e svolgere in contemporanea ricerca sull’innovazione in campo agronomico. Gli istituti professionali si troverebbero in questo modo a lavorare in sinergia con le varie aziende agricole traendone reciproci vantaggi e soprattutto si verrebbero a creare presupposti per una migliore e più veloce collocazione degli studenti nel futuro mondo del lavoro; in questo modo si crea anche una importante infrastruttura di supporto all’agricoltura locale.

2) Laboratori permanenti di formazione.
Incentivare e sostenere la formazione per gli operatori già impegnati in attività agricole con continui corsi di aggiornamento pratici e teorici.

3)Semplificazione burocratica
Per le aziende agricole già presenti occorre snellire tutti gli aspetti burocratici.

4) Piattaforma Commerciale
La creazione di una piattaforma commerciale (mercato ortofrutticolo e floricolo) necessita come base per convogliare le micro e macro produzioni agricole ed offrire uno strumento indispensabile all’incontro tra domanda ed offerta. Se analizziamo la collocazione geografica del Vallo di Diano, si evince subito la sua importante posizione strategica, crocevia tra Nord, Sud e Basilicata. Tutte le produzioni che dalla Sicilia vanno ai mercati generali del Nord passano sulla Salerno Reggio Calabria pertanto un mercato ortofrutticolo potrebbe servire da base per gli scambi commerciali sia di produzioni extra territoriali che di quelle locali. Il tutto recuperando anche strutture esistenti non utilizzate.

5)Coinvolgere la grande distribuzione
La Grande Distribuzione  insistente sul nostro territorio rappresenta forse il più importante sistema di scambio commerciale al dettaglio, per questo andrebbero avviati da parte dei vari Enti presenti sul territorio una serie di protocolli di intesa per incentivare e promuovere l’introduzione nella catena distributiva delle produzioni agro-zootecniche locali, magari in cambio di sgravi o azioni gratuite di marketing , abbinando a questa azione anche campagne informative per i consumatori per promuovere il consumo stagionale delle varie specie ortofrutticole.

Analisi
Favorire il consumo delle produzioni nello stesso territorio porterebbe dei vantaggi sia economici al territorio con il ricircolo monetario nella stessa zona, sia degli indubbi  vantaggi ecologici limitando il trasporto su gomma a pochi chilometri.
Il tema di questo FOCUS Agricoltura-Ambiente ed Energia per il Codacons possono essere anche tradotti in una sola parola: Biomassa, dove per biomassa qui intendiamo l’organizzazione di tutta la filiera del bio-pellet con il solo utilizzo dell'insieme degli scarti agricoli e forestali, o qualche specifica coltivazione arborea effettuata in terreni non utilizzabili per l'agricoltura o da recuperare sul piano idro-geologico. I nostri paesi sono ricchi di questa materia prima, reperibile sugli argini delle strade, sulle sponde dei fiumi, nei campi in pianura o sui monti circostanti. Non tanto ricchi, tuttavia, per alimentare super-centrali. I vantaggi economici ed occupazionali derivanti sono di facile intuizione, tuttavia bruciando biomassa locale si preserva il territorio anche sotto l’aspetto ecologico poichè gli scarti della combustione ritorneranno all'ambiente e verranno assorbiti di nuovo dalle piante, non producendo così alcun saldo attivo di sostanze di scarto immesse nell'ambiente. Sostituendo dove è possibile la combustione del petrolio in favore della biomassa oltre ai vantaggi ecologici già enunciati si ottiene anche il vantaggio economico della permanenza dei capitali economici nello stesso territorio, capitali attualmente sottratti al territorio che arricchiscono le multinazionali petrolifere (esportiamo capitali importiamo smog).
Come ribadito in più occasioni inquadrando ed avviano questo “progetto di comunità” con la collaborazione di entità locali, pubbliche e private che sfrutta le risorse del nostro Vallo in modo rispettoso dell’ambiente può dare un’occasione di crescita economica del territorio, può inoltre aiutare il recupero di zone agricole abbandonate e la bonifica di siti degradati, contrastando il dissesto idro – geologico ed incoraggiando la creazione di consorzi di agricoltori. In un’ottica di sviluppo e di tutela ambientale e territoriale il Vallo di Diano è chiamato a dare la propria adesione a questa idea di sviluppo sostenibile per realizzare un progetto considerato di grande valore ecologico, economico e sociale.
In ultima analisi sarebbe opportuno affiancare al progetto sulle biomasse un’altra iniziativa di carattere ecologico ed economico, per la risoluzione delle problematiche inerente i rifiuti, almeno per la frazione umida di questi, dotare ogni Comune o gruppi di Comuni confinanti di piccoli centri di compostaggio dimensionandoli in modo da avere il minore impatto ambientale possibile. I vantaggi derivanti sarebbero immediati con la riduzione dei costi per lo smaltimento dei rifiuti, minori distanze da percorrere con la conseguente riduzione di inquinamento ed infine una entrata per i Comuni derivante dai proventi dalla vendita del compostato.




Ringraziamenti:

A nome del sottoscritto e del CODACONS i ringraziamenti per l’invito a questo FOCUS e per aver avuto modo di esprimere e dare un contributo attivo a questo dibattito con alcune idee propositive inerenti le tematiche in discussione e sostenere attivamente  con il proprio contributo questo tavolo di confronto.

domenica 6 aprile 2014

Pulce non c'è

Mi pregio di proporre, sul mio blog personale, un intervento di Giulio Pica sull'eccezionale evento del 05-04-2014: la presentazione del film "Pulce non c'è" al cinema Adriano di Sala Consilina da parte del regista, Giuseppe Bonito.  

Sala Consilina, 05-04-2014
Giulio Pica
In questi giorni, al cinema Adriano di Sala Consilina, si sta proiettando il film "Pulce non c'è", un lavoro davvero eccellente che avrebbe dovuto attirare l'attenzione del grande pubblico, non solo per l'importanza della tematica affrontata, ma anche perché il regista, Giuseppe Bonito, è un giovane cittadino salese che qui è cresciuto, si è formato, ha trascorso tutta l'infanzia e l'adolescenza ed il cui impegno avrebbe dovuto destare un minimo di curiosità nei suoi concittadini.

Giuseppe ha affrontato con delicatezza il classico tema della dialettica dolorosa e problematica che spesso di determina tra famiglia e istituzioni, il clima di contrapposizione che si crea tra le relazioni affettive ed emotive che si instaurano tra genitori e figli fratelli e sorelle, e la freddezza asettica, se non addirittura l'ottusità, con la quale gli organi dello Stato - assistenti, sociali, psicologi, giudici - penetrano nell'ambito familiare al fine di tutelare i soggetti più deboli, finendo il più delle volte, per acuire le loro difficoltà. Per un equivoco, non si sa quanto voluto o quanto incolpevole, il padre di Pulce, la bambina autistica protagonista del film, viene accusato di perpetrare abusi sessuali sulla figlia e, in seguito a ciò, viene inserito nell'ingranaggio infernale della macchina statale che gli sottrae la bambina e lo trascina in un percorso kafkiano costellato da visite interminabili con psicologi ed assistenti sociali, giudici e pubblici ministeri, e disseminato di perquisizioni domiciliari, sequestri ed altre intrusioni nella vita familiare che rischiano di minare l'equilibrio psicologico di un uomo.

Emblematica è, a tal proposito, la scena del film durante la quale il padre ha l'intenzione di tagliarsi le vene ma poi prevalgono in lui la lucidità e la certezza che la verità, alla fine, emergerà. L'immagine delle istituzioni che viene fuori dal film di Giuseppe Bonito non è certo edificante e, del resto, sono numerosissimi i casi reali in cui l'impreparazione e la superficialità di chi opera nei servizi sanitari e nei tribunali hanno prodotto effetti devastanti sugli individui e sulle famiglie. Purtroppo sovente lo Stato, un'istituzione creata dagli uomini anche per tutelare i diritti dei più deboli, finisce per mostrare il suo volto più ottuso e crudele: basti pensare al maestro di Vallo della Lucania lasciato morire legato in un letto di ospedale, alla morte di Stefano Cucchi, al pestaggio del diciottenne Aldovrandi da parte di alcuni poliziotti, per non parlare della "macelleria messicana" messa in atto dai poliziotti della scuola Diaz a Genova durante il G8.

Perciò, restando valida la descrizione che Giuseppe ha fatto della macchina statale e dei guasti che essa può produrre, vorrei però sottolineare il rischio che in un paese come l'Italia fondato sulla retorica della famiglia, si può correre nel mostrare solo un risvolto della medaglia. Se la famiglia è l'ambito degli affetti primari e dell'amore, spesso essa è anche il luogo in cui si perpetrano effettivamente abusi e violenze sui più deboli, i cui mariti e partner violenti percuotono ed uccidono le proprie compagne, in cui le problematiche non risolte degli adulti si ripercuotono sullo sviluppo psicologico dei figli, segnandolo negativamente. In questi casi lo Stato, ovviamente con tutte le attenzioni possibili, non può non intervenire a tutela dei soggetti abusati, svolgendo l'inevitabile ruolo di supplenza che gli è richiesto come soluzione estrema di problemi altrimenti irrisolvibili.

Film bellissimo, quindi, serata di buon cinema ed anche di confronto tra il regista ed i pochi spettatori presenti. Resta comunque l'amara constatazione che la comunità abbia prestato scarsa attenzione ad un proprio concittadino che altrove ha avuto il riscontro che il suo talento merita.


Il problema del Sud e, probabilmente di tutte le realtà di provincia, è che i giovani dotati di talento devono andarsene via per esprimere al meglio le proprie potenzialità, rischiando altrimenti di essere riassorbiti dalla palude di mediocrità e grettezza che avvolge società civile e classi dirigenti.

sabato 1 marzo 2014

I nostri giovani - oggi

Alti e possenti i più, tutti con visi che trasudano intelligenza viva. Slanciate e leggiadre, moltissime, sognano un futuro di pari opportunità che renda merito al loro attuale impegno. All’apparenza i nostri giovani hanno tutto quello che avremmo potuto desiderare in passato: vivono un’epoca veloce, dove le notizie viaggiano da un capo all’altro del mondo in qualche centesimo di secondo (conti alla mano); sono immersi in un mare di informazioni praticamente su tutto, dai sintomi di una banale influenza alla più recente scoperta scientifica. E tutto a portata di mano, sui loro “tablet” o sugli “smartphone”. Il “personal computer” tende, perciò, ad assomigliare sempre di più a uno strumento di lavoro piuttosto che a un mezzo per comunicare informazioni e nozioni, stati d’animo e sentimenti.

Vivi, di quella vita che appartiene solo alle giovani membra, che rendono piacevoli le giornate allo stadio o al palazzetto dello sport nell’ammirare gesti acrobatici che noi non possiamo più compiere. Quando si siedono nei banchi di scuola o nelle aule delle università d’Italia, sono sempre loro, forse non i migliori in assoluto, ma certamente tra i più bravi. Eppure sempre esposti ai rischi di visioni oniriche, come quella classica del paese dei balocchi, propinate da sempre più numerosi venditori di morte.  

Ecco, questo hanno e questi sono i nostri giovani, di cui ogni genitore va - giustamente - fiero. Eppure, ci siamo mai chiesti, come genitori, come educatori, come amministratori, quali sogni essi coltivano nei loro cuori? Ci siamo mai chiesti se nei loro sogni esiste ancora questo lembo di terra che a poco a poco vediamo noi stessi svanire, quasi non appartenesse più a nessuno? Oppure, discorrendo con loro, non notiamo forse una certa disaffezione per queste catene montuose che limitano soltanto il “guardo”, senza suscitare più quel sentimento di affetto che “l’ermo colle” Leopardiano riusciva ad infondere nell’animo del poeta? Ci siamo chiesti, infine, se ancora vedono “splendori sul Vallo”? E se nessun bagliore si scorge nei loro occhi quando parliamo della nostra vallata, ci siamo mai chiesti perché ciò avviene?

Un’analisi sociologica non troppo lontana dal vero la ritroviamo in uno scritto del compianto Gerardo Ritorto. Nel giustificare l’opera faraonica del Centro Sportivo Meridionale, costata 15 miliardi di lire circa quaranta anni fa e mai completata, agli inizi degli anni ottanta egli scriveva: La mancanza di infrastrutture per lo sport ed il tempo libero, il disinteresse degli Enti Locali per i problemi dei giovani, una legislazione “ottocentesca” che non permette alla “spesa pubblica” di rivolgersi con maggiore interesse a questo primario settore dei servizi sociali, hanno contribuito ad un più forte isolamento delle aree interne.
L’opera mastodontica, largamente sovradimensionata per le esigenze delle giovani generazioni del posto, avrebbe dovuto ospitare eventi di richiamo nazionale e internazionale, ma tutti sanno come sono andate a finire le cose, non certo per colpa di questo padre nobile della politica locale, che preconizzava lo spopolamento delle aree interne con queste semplici ed efficaci parole: I giovani, in special modo, preferiscono individuare occasioni di lavoro nelle aree metropolitane più attrezzate alimentando, anche per questo, lo squilibrio territoriale. Un altro passaggio illuminante, dunque, dove si coglie il problema dello “squilibrio territoriale”, che, secondo chi scrive oggi, è dovuto soprattutto alla carenza di infrastrutture primarie (reti di comunicazioni veloci, reti idriche e fognarie efficienti, reti viarie sicure, servizio di trasporto pubblico capillare, strutture scolastiche all’avanguardia, un’urbanistica accogliente e moderna, e altro ancora) piuttosto che all’assenza di strutture sportive. Il fenomeno dello spopolamento delle aree interne della nostra provincia e del Sud in generale, invece, è da addebitare soprattutto all’assenza di un’offerta di lavoro in loco, piuttosto che all’assenza degli stadi di calcio. All’assenza di un progetto di futuro sostenibile, in poche parole.

Quarant’anni trascorsi invano. Chi parlava di “gestione comprensoriale del territorio” ha lasciato un’eredità immensa a persone che forse nemmeno riescono ad apprezzare l’analisi dei problemi sociali fatta dall’allora Presidente della Comunità Montana. Ma qualcuno c’è che ancora insegue, forse anche poco convintamente, queste idee che avevano un senso già quarant’anna fa.


Per i nostri giovani, quindi, bisognerà mettere in campo le energie migliori, gli sforzi più degni per ridare fiducia a chi si affaccia oggi alle meraviglie della vita. E questa deve essere la stella polare per orientare l’azione politica di chi si candiderà alle prossime amministrative nella vallata. Le solite becere spartizioni di un potere effimero, che si consuma nel volgere di una o due legislature col promettere prima e col concedere poi (se ce ne sarà mai l’occasione) qualche posto all’amico o al parente (anche stretto), lascino il posto a una visione più ampia della nostra società in piena crisi d’identità. Il futuro di questi giovani non può più essere affidato nelle mani di chi, al netto di certificati giudiziari più o meno integri, non ha saputo valorizzare competenze e vocazioni locali. Si dia spazio a idee nuove, trasmesse con coraggio da giovani e meno giovani; si dia fiducia a chi non ambisce alla gestione del pubblico per gli affari che se ne potrebbero ricavare. Affinché queste terre possano conoscere un nuovo risorgimento, dopo le promesse di quaranta anni fa, infrante da una classe dirigente che ha semplicemente riprodotto, su scala locale, tutti gli insuccessi accumulati dalla mala-politica in campo nazionale, si lasci il campo sgombro da ingegnerie numeriche e si chiamino i più degni e i più capaci a guidare questa vallata fuori dal guado, nell’interesse di tutti, dei giovani in primo luogo.

domenica 2 febbraio 2014

Se fossi stato un ingegnere

Quasi lo svolgimento di un tema. Di fantasia, si intende; perché solo così si può eludere l’asfissia che provoca un “sistema” che sta crollando sotto i colpi del malaffare e della corruzione. Nessun fatto esplicito, nessun riferimento a cose o persone, neppure casuale. Solo il frutto di una mente “folle” che vagheggia un mondo dove il potere viene amministrato nell'interesse della collettività, dove la politica è servizio, dove la mafia non detta regole e non inquina, dove l’economia è sana e il lavoro sta al centro dell’agenda di chi amministra.

La traccia è esplicita, tuttavia. E chi scrive svolge tutta un’altra attività, forse non meno nobile. Ecco quindi che il periodo ipotetico mi viene in soccorso (soccorso già chiesto e ottenuto dall'autore stesso del componimento): gli eventuali querelanti sono così opportunamente avvisati.

Se fossi stato un ingegnere, avrei costruito ponti, acquedotti, palazzi, case, ville e, magari, intere città. Avrei voluto vivere in una grande città, dove sarebbe stata maggiore la possibilità di avere contatti con persone danarose, per mettere al loro servizio il mio ingegno. Così avrei chiesto parcelle giuste per grandi commesse, pagando regolarmente le tasse su tutto quello che avrei guadagnato. Se fossi stato un ingegnere, avrei vissuto una vita agiata e, forse, non avrei avuto molto tempo da dedicare all'impegno sociale. In questa città della mia fantasia avrei sistematicamente evitato gli individui collusi con la malavita, i corrotti, i faccendieri. E, nonostante queste giuste e doverose rinunce, avrei comunque ottenuto lavori da persone perbene. Sarei stato un ingegnere intollerante al malaffare, insomma. E, nonostante ciò, avrei comunque condotto una vita agiata, sarei andato in vacanza almeno una volta l’anno, avrei viaggiato con la famiglia e avrei avuto quella tranquillità che porta con sé un reddito medio-alto. I miei figli avrebbero frequentato le scuole più rinomate, si sarebbero iscritti al famosissimo ateneo della stessa città e avrebbero potuto esercitare anch'essi la mia professione (perché no?).


Però, mettendo un limite alla mia fantasia, immaginiamo che fossi stato un ingegnere in un contesto diverso; nell'entroterra di una provincia del Sud, ad esempio. Crollerebbe gran parte dei presupposti per i quali avrei potuto condurre una vita agiata e piena di quelle amenità descritte sopra. Avrei dovuto così far ricorso a qualche stratagemma. E al momento me ne sovviene solamente uno. Ossia, avrei fatto di tutto per essere eletto sindaco o assessore o consigliere di un piccolo paesino, sarei entrato in un circuito politico-affaristico para-massonico con altri sodali e avrei fatto affari utilizzando la parte più cospicua del motore economico locale: il trasferimento di denaro pubblico dallo Stato e dall'UE al territorio. Sì, se fossi stato ingegnere in questi contesti, avrei sfruttato le mie amicizie dirette nel campo della politica (e degli affari che si fanno con essa) per poter ricoprire localmente un ruolo di una certa influenza. Avrei potuto così fare affidamento sulle coperture che contano negli ambienti che contano, nel caso qualcuno avesse voluto mettere il naso nel funzionamento del “sistema”. Il “sistema” stesso, costituito dall'espressione peggiore di una società corrotta, mi avrebbe difeso. E i palazzi e le mie magnifiche opere sarebbero stati ammirati (completi o no, non importa) nei secoli dei secoli. Nel breve lasso della mia vita, avrei goduto di stima (forse anche non troppo sentita), di fama di uomo di potere e di quegli agi che il denaro comporta. Alcuni si sarebbero lamentati, ma il “sistema” li avrebbe comunque, presto o tardi, zittiti, stritolati come sassolini in una macina inesorabile e perfetta. Amen. 

domenica 26 gennaio 2014

Il Vallo di Diano con Nino Di Matteo e i Magistrati Antimafia


Sala Consilina e il Vallo di Diano hanno, in varie occasioni, espresso la vicinanza ai Magistrati che lottano, o che hanno lottato, contro la criminalità organizzata. Ricordiamo qui due eventi, in ordine temporale inverso. Per non dimenticare i servitori dello Stato: di quello Stato che aiuta i cittadini in difficoltà, non di quello che condanna alla povertà; di quello Stato che premia i meritevoli, non di quello che promuove la carriera di persone indegne che partecipano a consorterie para-massoniche e mafiose; dello Stato guidato dalla buona politica, non di quello dominato da corruzione e malaffare.   



29 LUGLIO 2013

Esposizione di un cartellone di 6m x 1m recante la scritta “Sala Consilina (SA) e il Vallo di Diano sono con Nino Di Matteo: uccideteci tutti” a sostegno della coraggiosa opera del Magistrato siciliano, minacciato di morte dalla mafia.





19 LUGLIO 2012

Serata commemorativa delle vittime della mafia, per non dimenticare
Palermo - 19 luglio 1992
Sala Consilina - 19 luglio 2012

La Compagnia teatrale La Cantina delle Arti ha interpretato
resoconto storico degli ultimi mesi di vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino tratto dal sito www.19luglio1992.com






domenica 15 dicembre 2013

Cos'era l'Arena Cappuccini nel 1997?

 Pubblico di seguito uno scritto fortemente polemico (lo riconosco!) nei confronti dell'amministrazione comunale di Sala Consilina che reggeva le sorti del paese capofila del Vallo di Diano circa tre lustri or sono. Lo scritto veniva pubblicato nel periodico Le Pagine di Erò nell'ottobre del 1997.

Si affrontava il tema dell'ex-Convento Cappuccini a Sala Consilina. Dopo quella feroce polemica, forse, l'amministrazione comunale avrà sentito il dovere di intervenire prontamente. Il progetto dell'Arena Cappuccini era di là da venire. La storia recente è stata raccontata con dovizia di particolari in un post precedente dedicato proprio a questo luogo.

Allo scritto a mia firma, il prof. Colitti, chiamato in causa dal sottoscritto, rispondeva in modo molto pacato e convincente in un numero successivo del periodico Le pagine di Erò. Ci sono dei passaggi che sono sottolineati soltanto perché a me interessavano particolarmente.

Non nascondo che ho tenuto presente l'insegnamento del prof. Colitti, come, ad esempio, la frase "la cultura, di per sé, non porta voti". Non nascondo neanche che ho voluto provare, senza tenere le mani in tasca, a spaiare un po' i giochi amministrativi, per portare idee nuove nella vita politica di questo territorio. E, come si sa, l'iniziativa non ha avuto alcun successo. Il tentativo era stato fatto con buone intenzioni e si spera non sarà considerato, nel futuro, un tassello inutile nella vita sociale di questa vallata.

Lo scritto dal titolo CULTURA E CONIGLI




La pacata e convincente risposta del prof. Colitti.


sabato 7 dicembre 2013

Che Sala sarà?

Piuttosto che tentare di immaginare un percorso politico-amministrativo per realizzare la “Sala che sarà”, oggi bisogna interrogarsi su “che Sala sarà”.

Infatti, dopo la chiusura del Tribunale, dopo le mancate (ancorché annunciate) dimissioni dei sindaci del Vallo di Diano e dopo le ultime non edificanti vicende politiche, non si possono più prospettare anni di prosperità, almeno nel breve periodo. Chi lo facesse, rischierebbe di essere ben presto smentito dagli eventi. E, tuttavia, resta inalterata la necessità di recuperare braccia forti, cuori puri e menti lucide, oggi più che a luglio, quando è stata data vita alla prima (e ultima) edizione di “Salachesarà”, per risollevare le sorti di questo territorio. Prima, però, bisognerà cercare di creare le pre-condizioni perché queste braccia, questi cuori e queste menti possano operare in un nuovo contesto socio-politico, che attualmente risulta – purtroppo - molto degradato. Come esempio, non unico, si potrebbe menzionare la recente vicenda del congresso cittadino del Partito Democratico, così come raccontata dall’arch. Fasano, ex-Segretario della Sezione PD di Sala Consilina.

Prima di affrontare questo delicato tema, che cercheremo di analizzare partendo proprio dalle parole dell’ex-Segretario Fasano, vorrei considerare la lucida descrizione della situazione pre-elettorale di Sala Consilina fatta da Cono D’Elia su Ondanews il 5 novembre scorso. Il giornalista è un acuto e attento osservatore delle dinamiche locali e ha ben individuato gli scenari che si prefigurano nel paese capofila del Vallo di Diano. I cittadini di Sala Consilina, così come spiegavo lo scorso luglio in Piazza Umberto I, hanno una responsabilità in più rispetto agli elettori degli altri paesi della vallata. Infatti, Sala Consilina è da considerarsi un paese-laboratorio, nel quale dovrebbero essere studiate, messe a punto e sperimentate le strategie di sviluppo del territorio. Proprio per questo trovo sconcertante la conclusione dello scritto di D’Elia, che letteralmente recita: “Al riguardo a Sala (popolazione superiore a 10 mila abitanti) i consiglieri scenderanno da 20 a 16, mentre a Teggiano (più di 5 mila abitanti) si passerà da 16 a 10. Diminuiranno, di  conseguenza, anche gli assessori.  Brutte notizie, dunque, per coloro che, pensando di godere di quantità di voti rilevante, puntano ad essere eletti principalmente per godere dell’indennità di funzione che spetta, oltre al sindaco, anche a chi ricopre, appunto, la carica assessoriale”. Quasi una cruda realtà che viene sbattuta in faccia a tutti i cittadini. E vediamo perché trovo sconcertante quanto affermato da D’Elia.

Oggi ricoprire un ruolo di responsabilità all’interno di una compagine amministrativa è un compito difficile e impegnativo. Difficile sia per la complessità sempre più spinta delle norme che regolano il funzionamento della pubblica amministrazione, sia per il delicato momento che la società sta attraversando. Impegnativo, perché gli atti da mettere in campo per la risoluzione di una parte, ancorché minima, dei problemi che affliggono il comprensorio, forse non sono nemmeno più alla portata di un’amministrazione locale. Vero è che delle scelte che potrebbero sembrare semplici e prive di conseguenze, ma che poi si rivelano sbagliate (cessione della rete idrica; avallo, dal punto di vista politico-amministrativo, di un atto redatto da un gruppetto di avvocati), possono prostare la vita sociale di un intero comprensorio per anni. Ma in questo risiede anche una parte della difficoltà del ruolo di un amministratore: saper individuare le conseguenze immediate e future di ogni singolo atto amministrativo. Pertanto, sembrerebbe del tutto paradossale guardare a questo difficile e impegnativo compito come a un mezzo per usufruire dell’indennità di funzione. Ma non voglio qui fare da censore nei confronti di D’Elia, che stimo come persona e professionista. Certamente, però, vorrei rendere palese il mio sconcerto nell’apprendere che i motivi della scelta dell’impegno politico potrebbero ancora oggi essere individuati nella famigerata “indennità di funzione”. Qui interviene – deve intervenire – la pubblica opinione, affinché si possano individuare e isolare coloro che, pensando di godere di quantità di voti rilevante, puntano ad essere eletti principalmente per godere dell’indennità di funzione. Qui dovrebbero intervenire anche i partiti.
Purtroppo, però, se le descrizioni fatte da Fasano corrispondono al vero (e non ho ragioni per dubitare di ciò), sono minime le speranze che i partiti possano individuare dei percorsi virtuosi per scegliere quelle braccia, quei cuori e quelle menti che possano tirarci fuori dal pantano in cui siamo caduti. Infatti, se nella vicenda delle elezioni del Segretario cittadino del PD di Sala Consilina vi è stato un “tesseramento last minute di mogli, fratelli, sorelle, cognati, nipoti, nonni e soprattutto di noti esponenti anche candidati in precedenti elezioni nel centrodestra”, se vi è stata poi anche ”la presenza di individui capeggiati da prepotenti che hanno impedito il regolare svolgimento del congresso cittadino anche con minacce, insulti ed altro ai componenti della lista e al garante”, allora potremmo dire di essere in presenza di braccia, cuori e menti che stanno agli antipodi di quanto richiesto da una buona società. Se poi si volesse avere un quadro più chiaro di come queste braccia, questi cuori e queste menti abbiano agito, a dire dell’arch. Fasano, si può continuare a leggere: “Questi soggetti hanno drogato il tesseramento oltre il legittimo e il lecito, hanno falsato il congresso, attraverso questa mera esibizione di reclutare truppe cammellate, con atteggiamenti prepotenti e strafottenti, piantonando militarmente il seggio, determinando l’abbandodo dello stesso da parte di tanti iscritti e candidati, ed è questo il punto politicamente più grave, anche oltre la tollerabilità da parte dell’opinione pubblica delle immagini scandalose che abbiamo offerto”.


A fronte di quanto raccontato dall’arch. Fasano e a fronte dell’impossibilità di poter raffigurare, a causa di questi ultimi eventi (vicenda del trasferimento del tribunale compreso), un quadro a tinte chiare della “Sala che sarà”, non possiamo che chiederci “che Sala sarà?” e avere – sperando di sbagliare – una rappresentazione del futuro della vallata non proprio rosea. Infatti, sulla base delle premesse elettorali descritte dal giornalista Cono D’Elia, non possiamo che dire, con grande rammarico, che si avevano altre aspirazioni, altri disegni, altre speranze in animo. Purtroppo, quella Sala non sarà, né potrà esserci nel breve periodo. Nel breve periodo dobbiamo accontentarci dell’annuncio dell’ennesimo rifacimento dello stadio comunale “Osvaldo Rossi”, senza che nessuno parli del fatto che una pista di atletica in terra battuta è stata asfaltata perché, in quel luogo di sport, si potesse svolgere il mercato cittadino. I disegni, quindi, sembrano altri; e tutti ancora promanano da un classe dirigente che ha già dato prova delle proprie capacità e da una nuova schiera di personaggi che, restati nell’ombra proprio quando l’impegno civile chiamava forte, quando nelle terre del Vallo venivano smaltiti illecitamente rifiuti, quando le morie di pesci si ripetevano ciclicamente, quando amministrazioni e politici facevano scempio di siti di pregio ambientale, ora emergono dalle stanze cupe dell’interesse spicciolo, alcuni forse sospinti dalla volontà di percepire un’indennità di funzione, come dice D’Elia, altri animati da altre, più recondite, motivazioni.