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venerdì 26 ottobre 2012

Il "post" del lavoro

La crisi economica in atto è gravissima e gravissime sono le conseguenze sociali. La disoccupazione, male endemico dei territori interni e marginalizzati, quale anche il Vallo di Diano, sta assumendo dimensioni mai conosciute prima. Non c'è bisogno di statistiche, infatti, per notare quanto disagio sociale vi sia nei nostri paesi e, nonostante la diffusione del fenomeno della crescita della disoccupazione giovanile e non, quante siano scarse le risposte che provengono dalle istituzioni a sostegno dell'occupazione.

Una proposta di creare una banca dati efficace per far incontrare, localmente, la domanda e l'offerta di lavoro e per far conoscere alle imprese locali le competenze in possesso dei nostri giovani viene proprio da un "cervello in fuga" dal Vallo di Diano. Ma quanto distante è attualmente il sentire delle pubbliche amministrazioni dai bisogni concreti dei cittadini e del territorio? Questa distanza si misura in anni luce, non più in chilometri. Basti  notare con quanto ardore si sta, in questi giorni, affrontando il falso problema della scelta del candidato alla guida delle coalizioni nelle prossime elezioni politiche, piuttosto che pensare ai progetti da mettere in campo per salvare la Nazione (verbo non inteso nell'accezione esiziale corrente, tuttavia). Qui ci permettiamo di fare una semplicissima proposta agli Enti Locali, sperando che gli illuminati amministratori non considerino la stessa con la solita saccente protervia.  
Biomassa che cresce naturalmente nel canale parallelo al
fiume Tanagro in località S. Agata. Se raccolta, questa
biomassa potrebbe essere utilizzata per il riscaldamento degli
edifici pubblici e non ostruirebbe, d'inverno, il fluire delle
acque piovane.

Partiamo da una considerazione: fino a qualche anno fa si usava la legna per riscaldare le case. Oggi, invece, si usano - in genere - carburanti fossili per alimentare le caldaie degli edifici pubblici (case comunali, scuole, ospedali, uffici, etc.). La combustione in loco di petrolio e suoi derivati presuppone l'estrazione e il trasporto del greggio, il trattamento dello stesso e un secondo trasporto del prodotto raffinato ai distributori. Questi ultimi, infine, forniscono l'Ente pubblico del necessario per riscaldare gli ambienti (vedi figura 1). Per i gas naturali, saltando il passaggio del trattamento, il viaggio fino alla meta ultima è pressoché identico. Per far diminuire il fabbisogno di carburante si potrebbe (e forse si dovrebbe) fare in modo che gli edifici siano meglio isolati dagli agenti atmosferici (sia dal caldo eccessivo sia dal freddo, quindi).
Percorso del petrolio per arrivare ad essere utilizzato come 
carburante per il riscaldamento degli ambienti. L'utilizzo di 
questo combustibile non solo introduce un inquinamento 
"non autoctono", ma incoraggia la trivellazione di zone al 
momento lontane.

Supponiamo adesso che i nostri edifici pubblici (ragionando a livello comprensoriale, come suggeriva il compianto Gerardo Ritorto, in questa proposta) abbiano a disposizione una piccola caldaia per bruciare biomassa. Per biomassa qui intendiamo solo l'insieme degli scarti agricoli e forestali, o qualche specifica coltivazione arborea effettuata in terreni non utilizzabili per l'agricoltura. I nostri paesi sono ricchi di questa materia prima, reperibile sugli argini delle strade, sulle sponde dei fiumi, nei campi in pianura o sui monti circostanti. Non tanto ricchi, tuttavia, per alimentare super-centrali, come quella che qualche Solone locale (forse spalleggiato da qualche allegra combriccola) avrebbe voluto costruire nel mezzo della vallata. Per effettuare una stima del numero di caldaie che possiamo alimentare, si dovrebbero censire boschi, macchie e terreni nel Vallo per conoscere il quantitativo di biomassa che è possibile ottenere in un anno. Bruciando biomassa locale, gli scarti della combustione ritorneranno all'ambiente e verranno assorbiti di nuovo dalle piante, non producendo così alcun saldo attivo di sostanze di scarto immesse nell'ambiente, come mostrato nella figura 2.

Filiera cortissima per il riscaldamento degli ambienti. L'utilizzo 
di biomassa non introduce alcun saldo netto di inquinamento,
potrebbe risolvere alcuni problemi occupazionali, creare 
ricchezza locale e, infine, prevenire la combustione di boschi
e macchie durante i mesi estivi. 
Ma, ci domandiamo, è solo questo il beneficio? Assolutamente no. Un beneficio importante è quello che, se facciamo a meno di bruciare petrolio o gas naturali, ci arricchiamo, invece di far arricchire le solite compagnie. In che modo? Immaginiamo che l'Ente pubblico sia disposto a pagare una frazione del controvalore di circa 1,70 EUR per 3,0 Kg di biomassa* preparata in modo da essere bruciata nelle caldaie che si hanno nelle cantine.

Perché una data frazione di 1,70 EUR e perché proprio 3,0 Kg? Perché la prima è una frazione della somma che si spenderebbe per un litro di gasolio (prezzi attuali) e la seconda è la quantità di legname (stimata in eccesso) che si dovrebbe bruciare per ottenere la stessa energia che otteniamo dalla combustione del litro di gasolio stesso. La stima della frazione adeguata da corrispondere alla filiera locale andrebbe fatta con uno studio di fattibilità redatto da esperti. A chi vanno alla fine questi soldi? Ed ecco qui il significato del "post" del lavoro.

L'organizzazione della raccolta della biomassa non è cosa semplice (come potrebbe sembrare a primo acchito) e non poco faticosa; un semplice impianto di trattamento per la triturazione e la pressatura del prodotto, poi, non si gestisce in modo gratuito. Pertanto, quei denari andrebbero a tutta la filiera della raccolta della materia grezza e della preparazione del prodotto finale in tronchetti (ad esempio). La filiera (cortissima) di produzione dovrebbe quindi fornire pezzi di dimensione predefinite per alimentare le caldaie degli enti pubblici. In questo modo quei soldini che andavano a impinguare le casse delle multinazionali del petrolio, che portano inquinamento "non autoctono" da lontani pozzi petroliferi, potrebbero restare in loco. E non solo. In questo modo si combatterà la disoccupazione, avendo creato posti di lavoro tesi ad allontanare, in modo intelligente, il rischio dell'avvento delle trivelle in queste terre.

La bellezza dei luoghi risplenderebbe per mezzo dell'intervento continuo dell'uomo e il biglietto di presentazione della vallata alle "oil companies" sarebbe un bel paesaggio e monti e fiumi, e corsi d'acqua e campagne ben tenuti. Lo stesso discorso, se si vuole, si potrebbe fare con la gestione del bene acqua, "mutatis mutandis". Ma forse qualcuno si è distratto un poco su quest'ultimo argomento. Anzi, in un paese del Vallo di Diano che conta fior di professionisti, si è deliberato di affidare il Piano Energetico Comunale ad una (stra)nota azienda per la gestione idrica. Tentano forse di buttare "acqua sul fuoco"? Bontà loro!

Il segreto, quindi, non è solo pensare in modo critico "globalmente" (comodo per non farsi nemici "localmente"), ma far seguire, a questi pensieri critici, anche l'azione sul posto. E bisogna cominciare, per questo, dagli Enti locali, perché diano un esempio alle famiglie. Infatti, la filiera che si creerebbe per far fronte alle necessità degli edifici pubblici potrebbe essere in grado, col tempo, utilizzando colture arboree specifiche, di soddisfare la domanda di energia che promana dalle famiglie. A patto che queste idee, che non vengono da Marte, possano essere prese in seria considerazione dalle persone giuste, che hanno a cuore il futuro del globo e del nostro territorio e non solo quello delle proprie casse e di quelle dei propri "clientes". Soprattutto, poi, se queste casse fanno acqua, anche se l'acqua fa già la cassa. "Intelligenti pauca".



* Il prezzo di mercato della legna da ardere, per quello che può essere dedotto dalle offerte presenti su rete, è di circa 15 EUR al quintale.

domenica 21 ottobre 2012

Cattedrali nel Vallo (per i rifiuti e lo sport)


Il Consorzio Centro Sportivo Meridionale Bacino SA/3, che per lungo tempo ha gestito la raccolta dei rifiuti e lo sport nel Vallo di Diano, è stato costituito nel 1998, subentrando al Consorzio Comuni Depressi, voluto, negli anni ’70, dal Sen. Enrico Quaranta (PSI) per la costruzione del Centro Sportivo Meridionale (CSMe). Nel 1972 si metteva la prima pietra di questo grande complesso sportivo, che occupa 15 ettari di terreno, con un contributo da parte della Cassa per il Mezzogiorno di 14-15 miliardi circa. Il CSMe è tuttora il più grande centro sportivo dell’intero Meridione. Nel 1981 si completavano i lavori, ma le piscine non andavano in funzione (esse sono state completate, con ulteriori finanziamenti, solo negli anni 2000). La prima manifestazione sportiva di inaugurazione del 1981 prevedeva, infatti, solo gare di atletica (per inciso, non si ricordano altre manifestazioni simili in seguito). Vi è stato anche un certo interesse alla gestione degli impianti da parte di una società del gruppo FININVEST, ma poi non si è fatto più nulla. Nei Mondiali del 1990 la Romania aveva espresso il desiderio di voler trascorrere un periodo di ritiro al CSMe, ma poi anche questa opportunità doveva sfumare nel nulla. Una vera e propria cattedrale nel deserto, insomma, come si vede dalla foto della struttura.

Questo Centro è nato per volontà dell’On. Enrico Quaranta ed è stato inaugurato dal Presidente dell’epoca Gerardo Ritorto, persone purtroppo decedute e oggi compiante da molti. Partirò dal documento scritto dal Presidente Ritorto in occasione dell’inaugurazione del Centro nel 1981, analizzando lo stesso documento punto per punto e cercando di essere critico riguardo all’analisi svolta dal politico, nel più pieno rispetto per la persona, che molti ricordano come amabile e, allo stesso tempo, positivamente concreta.

La mancanza di infrastrutture per lo sport ed il tempo libero, il disinteresse degli Enti Locali per i problemi dei giovani, una legislazione “ottocentesca” che non permette alla “spesa pubblica” di rivolgersi con maggiore interesse a questo primario settore dei servizi sociali, hanno contribuito ad un più forte isolamento delle aree interne.

Questo primo passaggio mi trova completamente in disaccordo non tanto con l’analisi sociale che il Presidente Ritorto fa del nostro territorio, quanto sulle cause dell’isolamento delle zone interne. Il contributo dell’assenza delle infrastrutture sportive al fenomeno dello spopolamento e del depauperamento sociale delle zone interne è marginale rispetto all’endemico problema della mancata adozione, da parte degli Enti Locali, che lo stesso Ritorto addita come responsabili del fenomeno, di una strategia di sviluppo possibile e sostenibile.  È da comprendere, però, il tentativo del politico di giustificare un’opera faraonica costata 15 miliardi di lire oltre quaranta anni fa e oggi ancora parzialmente inutilizzata. Quest’opera, largamente sovradimensionata per le esigenze delle giovani generazioni del posto, avrebbe dovuto ospitare eventi di richiamo nazionale ed internazionale, ma tutti sanno come sono andate a finire le cose. Così, l’opera è servita quasi da obelisco, a memoria di un passaggio politico (forse anche largamente criticabile) che tanta speranza aveva infuso nell’animo della gente del luogo. A distanza di quarant’anni possiamo giudicare con occhi sereni tali vicende e comprendere l’esigenza che all’epoca si aveva di allargare il consenso politico attorno un partito con grosse potenzialità di crescita, poi travolto da Tangentopoli. Un partito che, purtroppo, negli anni ’80 ha contribuito non poco al degrado sociale e morale della nostra nazione e, in particolare, del nostro Sud, diffondendo capillarmente una visione distorta dell’azione politica. Il politico, ancora oggi, è qui considerato l’elargitore di posti, di favori e di prebende e non è visto, per la maggior parte dei nostri conterranei, una persona dedita alla ricerca delle vie per lo sviluppo del territorio. Un politico che intendesse la sua attività come onesto servizio, infatti, non godrebbe localmente del favore dei clientes e quindi non potrebbe avere un seguito elettorale cospicuo.
 
I giovani, in special modo, preferiscono individuare occasioni di lavoro nelle aree metropolitane più attrezzate alimentando, anche per questo, lo squilibrio territoriale.

Ancora un passaggio da criticare, ma che coglie il problema dello squilibrio territoriale, che, secondo chi scrive, è dovuto soprattutto alla carenza di infrastrutture primarie (reti idriche e fognarie efficienti, reti viarie sicure, servizio di trasporto pubblico capillare, strutture scolastiche adeguate, etc.) piuttosto che all’assenza di infrastrutture sportive, che pur potrebbero contribuire al fenomeno, ma in modo poco rilevante. E qui ribadisco che il fenomeno dello spopolamento delle zone interne è soprattutto dovuto all’assenza di un’offerta di lavoro in loco, piuttosto che all’assenza degli stadi di calcio. Di questa cosa ci danno (purtroppo!) ragione gli anni che sono trascorsi dal 1981 ad oggi.

La continua ricerca di una diversa qualità della vita, la intuizione e la costanza di un Amministratore, il sen. Enrico Quaranta, Sottosegretario al Turismo, hanno consentito la realizzazione del Centro Sportivo Meridionale che rappresenta una concreta testimonianza di gestione comprensoriale del territorio, nelle linee progettuali della “Città di Vallo di Diano”.

Diamo qui atto di una visione politica alta e di una capacità progettuale ad ampio respiro del Presidente Ritorto. Peccato che a questa testimonianza di gestione comprensoriale del territorio non sia seguita un’opera concreta in altri campi, quali il trasporto pubblico, ad esempio. Ed allora ci si chiede, è stata davvero la scelta giusta, dal punto di vista politico, investire svariati miliardi dell’epoca in un’opera così come la conosciamo oggi? La domanda è retorica, lo comprendo, ma non possiamo non porci questa domanda, se vogliamo comprendere come determinati metodi, che io oserei definire assolutistici, per i quali un territorio viene gestito da una cerchia ristretta di rappresentanti istituzionali di alto livello, non siano più adatti per la costruzione del futuro del comprensorio. Tuttavia, se diciamo che un tentativo di rilancio del territorio, che rasenta i limiti dell’arditismo politico, è fallito, dobbiamo anche dire che esso è fallito soprattutto perché si è voluto vedere, dietro la cospicua fetta di denaro elargito dalla Cassa per il Mezzogiorno, una possibilità di riscatto. E forse per pochi lo è stato, ma di certo non per quei giovani che ancora oggi sono in cerca di una prima occupazione altrove.
 
L’attenzione che la FIDAL ha rivolto a questi impianti, destinandovi il II Trofeo delle Regioni, è la prova che il mondo dello Sport, più di tutti, è sempre pronto a farsi carico delle esigenze delle popolazioni meno favorite.
(Seguono i ringraziamenti alle autorità sportive)

Esigenze delle popolazioni meno favorite è la chiave di lettura in questo passaggio che ci fa capire quanto sensibile fosse il politico e quanto a fondo egli avesse compreso la realtà territoriale. Tuttavia, a questa sensibilità è associata l’esigenza di dover, ancor una volta, giustificare l’intrapresa del Sottosegretario Quaranta. Ma noi ci chiediamo se quegli Enti Locali, che da tempo hanno continuato ad ignorare queste esigenze, non debbano adesso con forza essere chiamati a farsi carico delle esigenze di sviluppo di una collettività di persone. Anche la risposta a questa domanda è ovvia.

Alla fine della disamina del documento del 1981, che ho rinvenuto di recente, e che vorrei sottoporre all'attenzione dei cittadini della Città di Vallo di Diano, così come il Presidente Ritorto definiva la vallata, è opportuno manifestare la nostra preoccupazione, frammista ad una certa speranza di riscatto del Centro stesso. La nostra preoccupazione è che a gestire lo sport, insieme allo smaltimento dei rifiuti, sia un gruppo di persone che, negli anni, non ha saputo dare risposte a quelle esigenze delle popolazioni meno favorite di cui il Presidente Ritorto parlava. La nostra speranza è che un moto di indignazione collettiva possa far crescere l’attenzione verso questa vallata e che, sull’onda della stessa indignazione, un controllo strettissimo possa essere effettuato da tutti gli organi istituzionali preposti sull’operato di coloro dai quali ancora ci si aspetta una risposta. Perché se da qualche parte del Vallo di Diano, in qualche paese, vi sono depuratori che non funzionano e i fiumi e i canali ancora fungono da fogne a cielo aperto, almeno le somme di danaro destinate a qualche infrastruttura locale, pur senza quelle priorità che deriverebbero dalla gestione comprensoriale del territorio auspicata dal Presidente Ritorto, possano essere utilizzate concretamente per lo sport, se destinate allo sport, oppure alla depurazione, se destinate a quello scopo.

Il Vallo di Diano, tuttavia, aveva bisogno di altre opere e di altri interventi strutturali. Il trasporto pubblico, ad esempio, è pressoché inesistente, cosicché si è favorito il fiorire di autolinee private che gestiscono anche il servizio sostitutivo su gomma lungo la linea ferroviaria, visto che il tratto Sicignano-Lagonegro, che attraversa la vallata per intero, è chiuso al traffico dal 1987. Qualche speranza in quest’ambito, tuttavia, continuiamo a coltivarla, dopo la nascita del Comitato per la riapertura della linea ferroviaria Sicignano-Lagonegro. E le nostre speranze, oggi, sono i giovani che stanno prendendo coscienza del passato, che possiamo raccontare loro rifuggendo da qualsiasi partigianeria di comodo. Col profondo rispetto per l’opera di uomini che hanno saputo infondere, nell’animo delle classi sociali più deboli, quell’alito di speranza di un futuro migliore, esortiamo i giovani a non dimenticare e a coltivare la loro memoria. Perché anche se i loro scritti possono essere commentati in modo asettico (come domani potrebbe succedere a queste righe), anche se le loro azioni politiche possono essere criticate, nel nostro animo deve rimanere saldo il rispetto per quelle figure che hanno fatto, nel bene o nel male, la storia di queste terre.

mercoledì 10 ottobre 2012

Fiorisce e prospera la corruzione politica


Dalla cronaca giudiziaria provinciale (e non) è evidente il dilagare della corruzione, soprattutto nell'ambito dell’azione politica. La politica, in effetti, è diventata un tetro scenario di caccia al tesoro nel quale si muovono, impuniti, farabutti di ogni risma, a discapito delle persone oneste che, il più delle volte, sono destinate a ruoli sociali marginali. Le notizie che arrivano nelle nostre "lanterne magiche" sono sempre più pregne di nomi di personaggi che ricoprono ruoli importanti in tutti i partiti, nessuno escluso, se non il Movimento Cinque Stelle. Non esistono, al momento, rimedi efficaci per sanare la piaga del malaffare in politica, ancorché si conoscano esattamente – in modo del tutto empirico – le cause e gli effetti di questa ferita che sta portando la nostra società al collasso.

L'unica arma per il cambiamento.
Tra le cause possiamo annoverare la generale atavica accondiscendenza alle pratiche clientelari, oggi più che mai efficienti (per quanto riguarda la redditività in termini di voti) a causa della crisi economica in atto e della progressiva privatizzazione dei servizi. Il “sistema” che si è venuto a creare è il seguente. Personaggi contigui alla pubblica amministrazione chiudono quello che, in gergo leghista, possiamo definire un “cerchio magico”, dal quale sono esclusi (o espunti) tutti coloro i quali minacciano di fare inceppare il delicato meccanismo, il “sistema”, appunto. E chi sono gli esclusi? Proprio quei portatori del virus della legalità e della trasparenza, della ferma adesione alle regole e al rispetto della persona. Tutti concetti che sono in contrapposizione netta con il metodo di lavoro degli appartenenti al “sistema”, che conta sull'omertà diffusa e opera nel torbido rimescolamento dei poteri, che localmente sono dei seguenti tipi: amministrativo; politico; economico-finanziario; giudiziario; dell’informazione. Questi poteri, fondendosi in un gruppo di persone, formano una miscela sociale devastante che crea danni addirittura superiori a quelli prodotti dalle congreghe malavitose.

La centrale fotovoltaica di Teggiano costruita con soldi
pubblici: una parte dei moduli sono stati trafugati e mai
rimpiazzati. Un buon esempio di saggezza amministrativa. 

Gli effetti delle virtuose pratiche del “sistema” sono sotto gli occhi di tutti e vanno dalla devastazione del territorio, per via dell’inquinamento e dell’abusivismo ormai diffusi anche in aree protette, al lento degradare verso forme di convivenza sociale sempre più difficili a causa del divario che, gioco forza, s’instaura tra la classe dei “sudditi” e quella degli “eletti”. L’impoverimento culturale e il disagio delle fasce sociali più deboli sono, poi, sintomi di una fase sociale regressiva con la quale dovettero misurarsi, facendo le dovute distinzioni, i rivoluzionari di ogni epoca come, ad esempio, Carlo Pisacane. Questo personaggio storico vagheggiava il riscatto della classe contadina, condannata dall'aristocrazia borbonica dominante a grave indigenza e bruta ignoranza, grazie non tanto allo sviluppo (di troppa lunga durata, secondo Pisacane) di una coscienza collettiva, ma attraverso eclatanti gesti della parte della società destinata a guidare la “rivoluzione”.

Un albero soffocato dall'asfalto e dal cemento a Sala
Consilina: un buon esempio di saggezza urbanistica.

Oggi bisognerebbe adottare tutti i metodi democratici a nostra disposizione per compiere una rivoluzione che, poi, a pensarci bene, è un ritorno ai principi fondanti della Costituzione Italiana: la ricerca della centralità del lavoro, il rispetto per le fasce sociali più deboli, il diritto alla salute e alla dignità abitativa, una stretta regolamentazione del mercato, la trasparenza negli atti amministrativi, la moralizzazione della politica e, di conseguenza, della cosa pubblica. Cosicché, solo attraverso una scelta di una nuova classe dirigente non interna al “sistema” si riuscirà a risanare quello scollamento che oggi esiste tra i cittadini e la politica. Oggi assistiamo addirittura all'assurdo che la stessa classe “digerente”, che ha prodotto questo disastro, si propone come rinnovamento a se stessa. Invece, la costruzione di un futuro di prosperità fondato sul rilancio del settore primario, sull'utilizzo esteso delle nuove tecnologie e sull'introduzione di metodi innovativi per la produzione di energia dovrà essere contrapposta ai fantasmi di sacrifici, povertà e ignoranza che l'attuale classe politica, se confermata, farà intravvedere a tutti noi a causa della propria conclamata incapacità di pensare ad un progetto condiviso per il futuro della Nazione.         

domenica 23 settembre 2012

Una nuova politica per un futuro sostenibile


Concentrando la nostra attenzione sull'attuale crisi economica, non possiamo non notare la mancanza di qualsivoglia utile indicazione, da parte dell’attuale compagine tecnica al governo, per il superamento dello stato di disagio collettivo, avvertito – più intensamente – dalle classi sociali più deboli. Il drenaggio continuo sul fronte dei diritti, infatti, non può essere una risposta alla crisi produttiva che genera disoccupazione. E mentre qualche partito da un lato invoca “più diritti” nell'agenda governativa, dall'altro vota per la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. 


Un rione di una città intelligente (figura tratta dal sito della
ditta Renault - www.renault.com)
Per comprendere meglio lo scenario produttivo che oggi abbiamo sotto gli occhi, prendiamo un esempio su tutti: l'industria automobilistica italiana. La diminuzione del potere d’acquisto dei salari e l'elevato prezzo dei carburanti, delle tasse automobilistiche e delle tariffe assicurative stanno determinando una forte contrazione della domanda di nuovi autoveicoli. Naturalmente, perdurando queste condizioni al contorno, sarebbe impensabile un aumento, nel breve periodo, delle vendite di autovetture. Pur tuttavia, una grossa opportunità è data oggi dall'utilizzo delle energie alternative per sviluppare innovazione, per favorire l'avvento di una auspicabile “mobilità sostenibile” e per creare nuova occupazione. Infatti, oggi è possibile sfruttare le energie rinnovabili per produrre elettricità e per far circolare in modo molto più efficiente le autovetture, con un impatto sull'ambiente di gran lunga minore rispetto a quello prodotto da auto con motori a combustione interna. Alcune case aumobilistiche quali la Renault, ad esempio, stanno sperimentando, su piccola scala, un nuovo modo di intendere la mobilità pubblica e privata. Intervenendo alla seconda edizione della Conferenza Europea sull'Energia, che quest'anno si è tenuta nella ridente cittadina di Maastricht in Olanda, il Vice-Presidente del Settore Ricerca della casa automobilistica francese, Remi Bastien, ha illustrato in che modo si può trasformare un'isola, presa come microcosmo sperimentale, in una “smart community” (letteralmente “comunità intelligente”; il vero significato della locuzione, più appropriato al contesto, sarà chiarito in quello che immediatamente segue).


Una città intelligente, o “smart city”, è un complesso urbano nel quale viene prodotta energia elettrica “distribuita” attraverso energia solare, eolica, idrica, geotermica, etc.; in altre parole, ogni abitazione non deve essere vista solo come unità di consumo, ma anche come unità produttiva di energia. Pertanto, la figura del consumatore di energia nel futuro sarà sostituita da quella del “prosumatore”, ossia, produttore e consumatore insieme. Naturalmente, perché sia possibile definire – in questa nuova accezione - una città, o una comunità, “intelligente”, vi è bisogno che il trasferimento di energia sulla rete avvenga in modo rapido ed efficiente. Per questo vi sarà bisogno di far circolare l’energia sulla rete elettrica tenendo conto delle varie possibilità di produrla e consumarla in tutti i possibili punti della “città intelligente”, nello stesso modo in cui l’informazione circola sulla rete telematica. Pertanto, in una “città intelligente” i punti di distribuzione dell’energia elettrica per le automobili saranno posti presso le nostre abitazioni, nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro e lungo le strade. Altre opzioni verdi per l'autotrasporto sono i motori a idrogeno, già sperimentati in piccola scala dalla NASA nelle missioni spaziali per la produzione di energia elettrica dall'idrogeno e dall'ossigeno attraverso la cella a combustibile, e di acqua, che è il prodotto “pulito” della combustione dell'idrogeno. Il liquido prodotto, pura acqua distillata, serviva agli astronauti per le loro bevande.

Per realizzare questo “sogno” vi sarebbe bisogno di una nuova politica e di una classe dirigente all’altezza delle sfide che attendono l’Umanità. Non necessariamente scienziati o tecnocrati, ma persone competenti e oneste che intendono la politica come servizio alla collettività, perché questa possa progredire in modo armonico. Amministrare un piccolo paese è cosa diversa (e forse non meno difficile) del governo di un'intera Nazione. Eppure, dalla qualità della classe politica locale dipende la fortuna dell’intera Nazione: una pletora di persone corrotte nelle amministrazioni delle città fa fiorire mostri a  più teste anche nel posto più sacro del potere politico: il Parlamento. Una maggioranza di persone oneste e dedite al bene comune promuove a propria rappresentanza esponenti politici con le stesse attitudini. Una semplice verità che la politica ha oggi dimenticato, perché o è usa affidare a tristi personaggi la gestione dei voti in ogni recondito angolo del nostro Paese, oppure è fautrice dei “partiti leggeri” che generano altrettanti mostri.

La nuova politica dovrà guidare il processo di rinnovamento dei processi produttivi, incentivando le innovazioni necessarie e investendo nelle infrastrutture a supporto di un nuovo sistema di trasporti non più legato all'utilizzo dei derivati del petrolio. Questo semplice esempio ci fa capire come potrebbe essere risolta l'attuale crisi nel settore metalmeccanico, se solo si avesse più coraggio e lungimiranza. Tuttavia, una politica che tenda alla sistematica demolizione delle conquiste fatte nell'ambito delle tutele dei diritti del lavoratore non solo non ha futuro, ma distrugge l'avvenire stesso delle nuove generazioni. La mancanza di slancio programmatico verso nuovi modelli produttivi, non solo nel campo automobilistico, e verso una nuova visione di un futuro sostenibile per l’intero globo terrestre appartiene al DNA di una classe dirigente logora. La nuova politica, invece, potrà e dovrà mettere in campo progetti di ampio respiro, fondati sulla giusta redistribuzione del reddito, sui diritti costituzionalmente garantiti, sulla sostenibilità ambientale, sulla lotta alla corruzione e alla malavita organizzata, sull'innovazione e la ricerca, sull'emancipazione economica e culturale delle classi sociali più svantaggiate. Alla nuova politica, in sintesi, sarà affidata una rivoluzione epocale simile a quella che fu portata avanti, a metà del XIX secolo, dai movimenti democratici e illuminati di questa Penisola.               

domenica 9 settembre 2012

La decrescita infelice


Come deprimere il livello di felicità della società presente senza pensare a un futuro modello produttivo sostenibile

(Articolo tratto da un lavoro dell’autore pubblicato in “Revista Brasileira de Ensino de Fisica” [1])


Tutti i cittadini sono soggetti alla grave crisi economica che sta mordendo in modo profondo i tessuti più esposti della società italiana. Purtroppo, non tutti i cittadini sono in possesso dei mezzi analitici sufficienti per poter comprendere fino in fondo il formarsi del debito pubblico e la dinamica dello stesso nel corso degli anni. Eppure, il dibattito sui grandi temi economici e, in particolare, sulla dinamica del debito pubblico nazionale, viene proposto, sui mezzi di informazione, come se ognuno di noi fosse un esperto economista. Pertanto, potrebbe essere opportuno fare un breve excursus su quanto predice la teoria classica, ben riprodotta nel lavoro di R. J. Barro del 1979 [2], per comprendere più a fondo, con metodi quantitativi semplici, alcuni aspetti legati alla difficile fase economica che stiamo attraversando. Concluderemo che stiamo di fronte ad una fase di “decrescita infelice”, che negli anni futuri darà conseguenze tanto più gravi quanto più trascuriamo di considerare modelli socio-economici alternativi all’economia di mercato così come la conosciamo oggi.


Fig. 1  Dinamica del debito pubblico per la seguente scelta dei parametri: b0/t0 =0.3, G0/t0 =1.3, r =0.06. I valori dei tassi di crescita r sono I seguenti: 0.050 (curve in basso), 0.025 (curve al centro), 0.010 (curve in alto). Nel caso delle curve continue la spesa pubblica è mantenuta costantemente uguale a G0; nel caso delle curve tratteggiate è prevista una maggiore spesa per combattere l’evasione fiscale. 


Dal modello di Barro, come mostrato nella fig. 1, si può ricavare l’andamento del debito pubblico per vari valori del tasso di crescita r dell’economia di un Paese. Il tasso di crescita, ricordiamo, può essere misurato attraverso l’osservazione dell’incremento relativo del Prodotto Interno Lordo (PIL). Si può assumere che in una fase di crescita dell’economia, tale tasso r sia pressocché costante (questa ipotesi viene fatta per poter più agevolmente calcolare analiticamente le grandezze in gioco e non è una condizione necessariamente rispettata nella realtà). Supponiamo allora che, partendo da un certo livello G0 della spesa pubblica, rilevata ad un dato anno, si possa normalizzare tale quantità attraverso l’ammontare t0 delle entrate che, nello stesso anno, il governo di uno Stato riesce a realizzare. Prendiamo il rapporto G0/t0  pari a 1.3, come in figura, cosicché - notando che la spesa pubblica è maggiore di  t0  - lo Stato sarà costretto ad indebitarsi, per una quantità b0, acquistando denaro da una banca di riferimento ad un tasso di interesse r, che in fig. 1 è preso pari al 6%. 

La teoria classica della dinamica del debito pubblico allora cosa predice in presenza di queste semplici ipotesi? Concentriamoci, per il momento, sulle curve continue della figura, per le quali lo Stato decide di mantenere fissa, nel corso degli anni, la spesa pubblica. Come si può notare, pur ipotizzando un tasso di crescita dell’economia maggiore di zero, non per tutti i valori di r le curva del debito pubblico bn (dove n sta per l’anno di riferimento a partire dall’anno “zero”) vanno, in un certo lasso di tempo n=N, verso l’estinzione del debito (ossia, verso il valore bn=0). In particolare, se r > r (il tasso di crescita è maggiore del tasso di interesse), allora l’estinzione del debito è sempre possibile. Ma questa ci sembra un’ipotesi fin troppo ottimistica per la fase storica attuale; scarteremo quindi questa particolare condizione. Nel caso contrario, ossia, per r < r, il debito potrebbe essere ripagato in un certo numero di anni N, come accade nelle curve che ripiegano dopo un’iniziale salita, oppure esplodere, come si nota nella curva in alto.

Nel caso della curva più bassa, per la quale r=0.05, ossia un tasso di crescita pai al 5%, il debito iniziale viene ripagato in circa 12 anni. Se lo Stato decidesse di spendere una certa somma in più ogni anno per evitare, con la crescita del PIL, l’elusione o l’evasione fiscale, allora ci troveremmo in presenza del caso simulato dalla linea tratteggiata [3]. Lo stesso significato assume la linea tratteggiata accanto alle altre curve continue. La curva immediatamente al di sopra della prima in basso simula l’andamento del debito pubblico per r=0.025. Riducendo della metà la crescita, si vede come sia necessario attendere un periodo di tempo pari ad oltre il doppio del numero di anni previsto per r=0.05 per estinguere il debito. Tale attesa si prolunga di circa un altro anno nel caso supponiamo che sia la curva tratteggiata a simulare la dinamica di bn. Infine, seppure in presenza di crescita economica ad un tasso dell’1% (r=0.01), si assite ad un’esplosione del debito pubblico a causa – essenzialmente – dell’impossibilità di tener testa al crescere della spesa per gli interessi sul debito contratto a partire dall’anno zero.

Queste semplici conseguenze della dinamica del debito pubblico non attengono a una o a un’altra politica economica, ma sono frutto di una trattazione analitica del problema in presenza di ben specificate ipotesi. Se volessimo rapportare queste considerazioni al caso attuale, dovremmo notare che ben due condizioni non sono soddisfatte: la prima sulla crescita, perché stiamo fronteggiando una grave crisi recessiva; la seconda sul mantemimento del livello della spesa pubblica, per la vigorosa (ma quanto efficace?) azione di riduzione della stessa intrapresa dall’attuale governo. Sugli esiti di questa combinazione di condizioni iniziali potremmo tuttavia supporre che affronteremo, in questi lunghi anni a venire, una sorta di “decrescita infelice” per cercare di contrastare l’esplosione della curva di bn in alto in fig. 1, attraverso la riduzione della spesa. Tutta l’azione “tecnica”, tuttavia, sta avvenendo in assenza di un progetto per il futuro della Nazione. Sarà quindi opportuno incominciare a parlare da adesso di un modello produttivo sostenibile, diverso da quello attuale e perciò basato su paradigmi socio-economici inediti. Infatti, se non inizieremo a delineare una rotta di salvataggio da questo sempre più imminente naufragio, il recupero di un livello accettabile di felicità individuale e collettiva [4] potrebbe risultare sempre più improbabile nel medio termine.   


 [1] La presente analisi può essere utilizzata per una lezione interdisciplinare indirizzata agli studenti degli isitituti superiori. La trattazione, pertanto, è volutamente semplice. Tuttavia, è opportuno precisare che, per tener conto del grado di complessità intrinseco delle leggi della dinamica dei processi economici, modelli più sofisticati, che, ad esempio, contemplino la variazione col tempo dei parametri ritenuti costanti in questo breve scritto, dovrebbero essere utilizzati. Il lavoro è scaricabile gratuitamente dal sito di Revista Brasileira de Ensino de Fisica all'indirizzo URL seguente: http://www.sbfisica.org.br/rbef/pdf/344307.pdf. 

[2] R. J. Barro, On the determination of the public debt, The Journal of Political Economy, Vol. 87, No. 5, Part 1, 940-971 (1979).

[3] L’ipotesi classica, riportata nella trattazione di Barro, considera una spesa crescente al crescere delle entrate. 

[4] Il 2 febbraio 2013 si aggiunge la lettera pubblicata da Focus (vol. 244, febbraio 2013, pag. 143), riportata sotto.



martedì 4 settembre 2012

... nella grande pace che scese su di me, udii batter il cuore del mondo (§)




Ciò che distingue l'uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa. Wilhelm Stekel, in Jerome David Salinger, Il giovane Holden, 1951.  










Tempo fa, mi sono imbattuto in un saggio dal titolo strano: WTO(*). Sottotitolo: Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale. Scritto nel 2001 da due ricercatrici di Public Citizen, una tra le più importanti organizzazioni ambientaliste e di difesa dei consumatori americani. I nomi delle autrici: Lori Wallach e Michelle Sforza. Riporto solo pochi passi della  prefazione scritta da Ralph Nader, il fondatore di Public Citizen.  

Approvando un accordo forte e inclusivo come il Wto, e altri accordi internazionali sul commercio quali il North American Free Trade Agreement (Nafta), il Congresso degli Usa, e con esso i parlamenti di altre nazioni, rinunciano in gran parte alla facoltà di determinare standard di sanità e sicurezza che proteggano i cittadini, accettando, sul piano legale, pesanti limitazioni alle proprie strategie. L'approvazione di questi accordi istituzionalizza una struttura economica e politica che consegna sempre più i singoli governi nelle mani di un sistema finanziario e commerciale globale, perpetrato per mezzo di un governo internazionale autocratico che favorisce gli interessi delle imprese globali.

Questo nuovo sistema di governo garantisce un immenso controllo sui minuti dettagli della vita di gran parte degli abitanti del pianeta. Questo nuovo sistema non è finalizzato alla salute e al benessere economico dei cittadini, ma all'ampliamento del potere e della ricchezza delle maggiori multinazionali e istituzioni finanziarie mondiali.

All'interno di questo nuovo sistema, molte scelte che coinvolgono la vita quotidiana delle persone vengono progressivamente sottratte alle facoltà dei governi locali e nazionali per essere trasferite a un gruppo di burocrati del commercio non eletti, che siedono nel chiuso delle stanze di Ginevra. Questi burocrati, per esempio, hanno oggi il potere di stabilire se la popolazione in California può intervenire per evitare la distruzione dell'ultimo tratto di foresta vergine sopravvissuto in quello stato, o per vietare la presenza nei propri alimenti di pesticidi cancerogeni; o ancora se i paesi europei hanno il diritto di esigere che non vi siano nei cibi che consumano, tracce di organismi derivanti da biotecnologie rischiose per la salute. Inoltre, una volta che le commissioni segrete del Wto abbiano emanato i propri editti, non può esservi alcun ricorso indipendente: la conformità dev'essere totale.

Sono quindi in gioco le vere e proprie basi della democrazia, e quella facoltà di decidere responsabilmente che è il supporto indispensabile di tutte le battaglie civili per un'equa distribuzione della ricchezza e per un'adeguata difesa della salute, della sicurezza e dell'ambiente. L'erosione della responsabilità democratica, e della sovranità locale e nazionale che ne è l'espressione, è ormai in atto da diversi decenni. La globalizzazione del commercio e della finanza è disegnata dalle multinazionali, che, in assenza di regole universalmente valide, manovrano semplicemente a partire dalle proprie esigenze. L'istituzione del Wto è un passo fondamentale per la formalizzazione e il rafforzamento di un sistema creato espressamente in funzione di questo.

Meglio definito come globalizzazione mondiale dell'economia, questo nuovo modello economico è caratterizzato dall'apposizione di vincoli sovranazionali alla facoltà legale e pratica dei singoli stati di subordinare l'attività commerciale ad altri obiettivi politici. La tattica della globalizzazione è quella di abolire la responsabilità e il potere decisionale su questioni così private quali la sicurezza dei cibi, dei farmaci o dei veicoli a motore, o il modo in cui un paese può usare o preservare il proprio territorio, la propria acqua, i propri minerali e altre risorse.

Oggi non si può aprire un giornale senza avere davanti una miriade di esempi dei problemi che emergono dalla concentrazione del potere: abbassamento del tenore di vita nella maggior parte dei paesi avanzati e in quelli in via di sviluppo; aumento della disoccupazione in tutto il mondo; esteso degrado ambientale e carenze di risorse naturali; scenari politici sempre più caotici; un'impressione di generale pessimismo che sostituisce l'ottimismo e la speranza nel futuro.


E riporto quanto scritto dalle autrici proprio alla fine del loro trattato:

Se anche non impararerete altro da questo libro, speriamo vi sia chiaro almeno il fatto che le centinaia di pagine e le migliaia di norme del Wto hanno poco a che fare con la filosofia liberista del XIX secolo. Anzi, dall’illustrazione di molte delle sue norme appare chiaro che il Wto è solo uno dei modi in cui può essere disegnata una legge.
Questo modello, giustamente chiamato “il sistema delle imprese globali”, non fa gli interessi della maggioranza dei cittadini. Anzi, gli esiti descritti da questo libro sono profondamente indesiderabili e inaccettabili. Ciò che in ogni caso risulta chiaro è che sul piano politico la tollerabilità e quindi la possibilità di sopravvivenza dell’attuale modello di globalizzazione sono assolutamente limitate.
Naturalmente, vi sono altri modelli che potrebbero sfociare in un progetto più equo, più sostenibile sul piano della salute e dell’ambiente e più democraticamente responsabile. Si tratta di sapere se la gente che nel mondo è insoddisfatta della situazione esistente riuscirà a educarsi e a organizzarsi per operare il cambiamento.

Nel 2003 si apriva una sede locale dell’associazione CODACONS, che intendeva (e intende) tutelare i diritti dei consumatori e intendeva (e intende) salvaguardare i beni ambientali della vallata. Ad alcuni è sembrato solo un caso, o l’opera di un folle (e trallallerullerullà e così via...). Ma forse un caso non è stato.

(§) « A Epidauro, nelle quite, nelle grande pace che scese su di me, udii batter il cuore del mondo. » 
(Henry Miller, Il colosso di Marussi, 1941.)
(*) World Tade Organization, ossia, Organizzazione Mondiale per il Commercio. Secondo le ricercatrici Wallace e Sforza lo scopo dichiarato del Wto è quello di trovare regole per la liberalizzazione e la diffusione del commercio nel mondo. Ma il vero tema sul tavolo dell’organizzazione è l'espansione dei propri poteri a scapito delle legislazioni nazionali e, al contempo, l'estensione del dominio del commercio a tutta la sfera delle attività umane, al di là di quelle preoccupazioni ecologiche o etiche che possano "frenare" il rullo compressore della mercificazione.

mercoledì 22 agosto 2012

Fuoco!

Un rogo a Padula (foto: gentile
concessione di Giuseppe Verga)
Il Sole, nel suo moto apparente lungo l’eclittica tracciata sulla sfera celeste, sorge ancora ad Est in questa estate di roghi? 

Il carro di Apollo si manifesta agli abitanti della valle del Diano facendo la propria entrata trionfale dai monti della Maddalena, a confine tra la Campania e la Basilicata, proprio alle spalle della Certosa di Padula. Lo stesso carro che vide a terra esanimi trecento coraggiosi eroi con Carlo Pisacane nei pressi di Sanza, nel lontano luglio del 1857, in questo ennesimo giorno di canicola è stato oscurato, per vari giorni, dal fumo denso del rogo che si è sviluppato sui monti, a ridosso di un nucleo abitativo della ridente (o forse non più?) Sala Consilina. 



Rogo notturno

Le ragioni dei roghi e di altre nefandezze non sono state mai  scoperte, a memoria d’uomo. Tuttavia, nemmeno gli allagamenti dovuti all'incuria prolungata dei corsi d'acqua nei luoghi umidi della Macedonia o lo sventramento efferato del sacro Olimpo avrebbe un responsabile in queste terre desolate. Forse questi fatti sono l’ennesima prova dell’indigenza degli abitanti di questa desolata vallata, o forse la malcelata rabbia che essi nutrono verso la matrigna natura, o forse ancora semplice ignoranza, o forse - infine - il caso? 



E se fosse il fio che bisogna ora pagare per esserci vilmente ritratti di fronte all'avanzare del Capitano ”con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro”? Allora non abbiamo avuto il coraggio di dare una svolta alla Storia, schierandoci dalla parte della "rivoluzione", cosa che stiamo pagando con una profonda marginalizzazione delle nostre terre. Così continuiamo vilmente a sopportare che, anno dopo anno, un pezzo della nostra splendida vallata, che non ha saputo reagire alla codardia della borghesia del tempo, si trovi oggi a dar conto agli Italiani (esclusi forse i nuovi barbari e gli antichi nemici del Capitano) di quella strofa ricorrente della poesia del Mercantini: Eran Trecento, eran giovani e forti e sono morti.


Il canale parallelo al fiume Tanagro in località S. Agata
E in questa estate di roghi, un incendio divampa in campagna poco prima del ponte S. Agata (domenica 19 agosto 2012), nell'omonima località di Sala Consilina, bruciando immondizia sparsa al suolo, sterpaglie alte quanto un casolare di campagna che diventa, esso stesso, cenere. I pali del telefono sono bruciati alla base e pericolanti. Per effetto di un'ordinanza che viene dal Comune, si chiude lo stesso tratto di strada altre volte interdetto al traffico per i continui allagamenti dovuti alle sponde del Tanagro rotte durante l’alluvione del novembre 2010 e riparate solo nell’aprile del 2011. Non più acqua, ma fuoco. Come per onorare la memoria del lavoro di Anassimandro, i quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco) sono temuti e venerati a Sant’Agata. 


Lettera pubblicata su
"La Repubblica Napoli"
il 24 agosto 2012.
Mentre tutto intorno i monti del Vallo di Diano vengono presi d’assalto dalle fiamme e la stampa locale si interessa ai roghi più gravi, l’usuale distrazione nei confronti di questi abitanti diventa ancora più allarmante. La dura vita dei campi e la dignità che contraddistingue queste persone ha fatto richiedere – durante il periodo di allagamenti del 2011 – un intervento a sostegno di un gruppo di volontari che gli stessi coltivatori diretti erano pronti a organizzare per riparare temporaneamente gli argini del Tanagro. Poco dopo la fine dei lavori, commissionati dalla Regione Campania, la loro voce si è fatta sentire di nuovo, per mezzo di un Comitato appositamente costituito per superare il precedente grave stato di rischio a cui decine di famiglie erano continuamente sottoposte a ogni giornata di pioggia (in genere nei mesi invernali piove, infatti!). Avevano allertato, per mezzo stampa, il comune di Sala Consilina e il Consorzio di Bonifica perché venisse tenuto pulito tutto quel bellissimo intreccio di canali per due motivi. Il primo era per poter irrorare, d’estate, i loro preziosi e umili terreni. Il secondo, per prevenire gli incendi estivi. E puntuale, l’elemento fuoco di Anassimandro, forse mosso dall’Odio (una delle due forze che compongono la realtà immanente e che si oppone all’Amore), ha preso a distruggere campi e fienili, bruciando, ai margini delle strade che ospitano sterpaglie altissime, cumuli di immondizia. Ci dispiace che nessuno fosse presente quella domenica del 19 agosto sul posto, ad eccezione di un giovane e volonteroso reporter di Ondanews. Questo giornalista non ha dimenticato i nostri eroi moderni, onorandone, con la propria presenza, il prezioso, umile e dignitoso lavoro nei campi.